Il Marru
All’alba di oggi, l’ambasciata statunitense di Baghdad è stata nuovamente attaccata, con esplosioni che hanno scosso i quartieri residenziali circostanti, e Washington sta correndo ai ripari:

Secondo il Washington Post, “Il Dipartimento di Stato ha ordinato a tutte le sedi diplomatiche statunitensi nel mondo di avviare immediatamente valutazioni di sicurezza, citando la situazione in corso e in evoluzione in Medio Oriente e il potenziale di ripercussioni”: “Il cablogramma affermava che Tutte le sedi diplomatiche nel mondo avrebbero dovuto convocare i Comitati di Azione di Emergenza (EAC), gruppi multidisciplinari incaricati di identificare e pianificare le contromisure contro le minacce, nonché di rivedere il proprio assetto di sicurezza. Il cablogramma era firmato dal Segretario di Stato Marco Rubio e indicava che l’ordine proveniva dal Sottosegretario per la Gestione Jason Evans”; “Secondo le valutazioni esaminate dal Washington Post , l’ambasciata statunitense a Riyadh, in Arabia Saudita, è stata parzialmente danneggiata e resa irrecuperabile da un attacco di droni avvenuto questo mese. Parte del tetto è crollata e altre aree sono state contaminate dal fumo” e “sebbene la maggior parte delle minacce si sia concentrata sulla presenza statunitense in Medio Oriente, si sono verificati anche diversi episodi di violenza altrove, tra cui spari fuori dal consolato statunitense a Toronto e un’esplosione vicino all’ambasciata statunitense a Oslo”.
Israele sta dando la caccia, uno per uno, ai membri del regime iraniano nascosti nei loro rifugi, titola il Wall Street Journal:

“Israele sta inseguendo le forze di sicurezza dai loro quartier generali ai punti di raccolta e poi ai nascondigli sotto i ponti”: “Finora Israele afferma di aver sganciato 10.000 munizioni su migliaia di obiettivi diversi, tra cui oltre 2.200 legati al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, ai Basij e ad altre forze di sicurezza interne”; “La tecnologia avanzata impiegata da Israele e la penetrazione dei suoi agenti nella società iraniana si stanno combinando per creare la più grande minaccia finora per un regime profondamente radicato”, “Ma decenni di esperienza militare dimostrano che è difficile, se non impossibile, spodestare un governo dall’aria. E se il regime iraniano sopravvive, potrebbe emergere rafforzato e più pericoloso. Sarà una netta vittoria per il regime, con circostanze sia prevedibili che impreviste, ha affermato Farzin Nadimi, ricercatore senior specializzato sull’Iran presso il Washington Institute”. Secondo la ricostruzione del Journal, Washington e Tel Aviv si sarebbero divise scientificamente i compiti: “Gli Stati Uniti si concentrano sulla potenza militare e industriale dell’Iran, mentre Israele si dedica all’attacco delle strutture di controllo interno”; “L’intelligence israeliana ha appreso poi che l’Iran aveva un piano di riserva per le sue forze di sicurezza interne nel caso in cui le loro strutture fossero state distrutte: radunarsi presso i complessi sportivi locali”: “Israele ha osservato i siti riempirsi e poi li ha colpiti prima della fine della prima settimana. Questi attacchi, secondo le valutazioni dei danni bellici visionate dal Wall Street Journal, sono stati tra i più letali della guerra, uccidendo centinaia di membri delle forze di sicurezza e dell’esercito, la stragrande maggioranza allo stadio Azadi, un grande impianto per le partite di calcio”

“Nel frattempo, secondo fonti a conoscenza dei fatti, funzionari dell’intelligence israeliana hanno iniziato a telefonare a singoli comandanti, minacciando loro e le loro famiglie, nominandoli esplicitamente, qualora non si fossero fatti da parte in caso di rivolta”; il Journal afferma di aver esaminato il contenuto di una telefonata:
«Mi senti?» si sente la voce di un agente del Mossad in farsi.
«Sappiamo tutto di te. Sei nella nostra lista nera e abbiamo tutte le informazioni che ti riguardano.»
“OK”, disse il comandante nella registrazione.
«Vi ho chiamato per avvertirvi in anticipo che dovete schierarvi dalla parte del vostro popolo», disse l’agente del Mossad.
«E se non lo farete, il vostro destino sarà quello del vostro leader. Mi avete sentito?»
«Fratello, giuro sul Corano che non sono tuo nemico», disse il comandante. «Sono già un uomo morto. Ti prego, vieni ad aiutarci.»
“Secondo quanto riferito da funzionari della sicurezza israeliana”, sottolinea ancora il Wall Street Journal, “gli attacchi sono stati in molti casi guidati da segnalazioni inviate da normali cittadini iraniani”; è chiaro che la propaganda imperiale ha tutto l’interesse a sottolineare le defezioni interne e la portata del collaborazionismo con l’aggressore sionista – quindi, ovviamente, il tutto va preso con le pinze – ma tant’è: “Nonostante l’indebolimento del potere”, sottolinea comunque il Journal, “è chiaro che le forze di sicurezza iraniane mantengono ancora il controllo delle strade e tengono a bada il dissenso”. “Molti iraniani hanno affermato che insorgere ora sarebbe un suicidio e temono che Israele e gli Stati Uniti lasceranno il regime intatto, ma ancora più infuriato”.
Intanto la chiusura di Hormuz fa sentire il suo peso ogni giorno di più: Il conflitto con l’Iran trasforma il mercato marittimo in un “far west”, titola il Financial Times.
“Le compagnie di navigazione aggiungono migliaia di dollari di sovrapprezzi e scaricano i container in porti remoti”: “I maggiori gruppi di navigazione, tra cui MSC, Maersk, CMA CGM e Hapag-Lloyd, hanno comunicato ai propri clienti di riservarsi il diritto di invocare una norma del XIX secolo che consente loro di lasciare i container nel porto più vicino disponibile, a spese del cliente”; “I container destinati al Medio Oriente sono stati sbarcati al porto di Nhava Sheva, in India, mentre altri, destinati all’Arabia Saudita, sono stati lasciati al porto di Khor Fakkan, negli Emirati Arabi Uniti. E’ il Far West assoluto”. “Philippe Binard, delegato generale di Freshfel, l’associazione europea dei produttori ortofrutticoli, ha affermato che il suo settore è stato particolarmente colpito, dato che marzo è uno dei mesi di punta per le esportazioni dall’Europa verso il Medio Oriente”; “Un tipico container da 20 piedi (TEU) per il trasporto di beni domestici dal Regno Unito a Jebel Ali, che in precedenza costava circa 1.500 dollari, ora ne costa quasi 6.000”: “L’interruzione è peggiore di quella causata dal Covid, poiché la regione del Golfo è di fatto chiusa”.
Brent e gas sul TTF anche oggi, comunque, sembrano piuttosto stabili:


Ma non sembra sufficiente a tranquillizzare gli analisti di Oil Price:
Il punto è che ormai Gli Stati Uniti hanno esaurito la maggior parte delle opzioni per attenuare lo shock del prezzo del petrolio: “Gli Stati Uniti”, sottolinea Oil Price, “hanno già utilizzato la maggior parte degli strumenti di emergenza (rilascio delle riserve strategiche di petrolio, deroghe, supporto alle petroliere) per frenare l’aumento dei prezzi del petrolio e della benzina, ma se le interruzioni dovessero persistere, il prezzo del petrolio potrebbe schizzare a 150-200 dollari o più, innescando gravi ripercussioni economiche e politiche, tra cui l’aumento dei costi del carburante e l’instabilità globale”; “La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno attinto alla Riserva Strategica di Petrolio (SPR) nell’ambito di un rilascio di riserve da record annunciato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia. L’amministrazione Trump ha inoltre concesso una deroga di un mese che consente agli acquirenti di acquistare petrolio russo soggetto a sanzioni a bordo di petroliere senza incorrere in sanzioni. Due settimane fa, inoltre, ha promesso assicurazioni contro i rischi e scorte per le petroliere al fine di agevolare il transito del petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, di fatto chiuso”, e “Nonostante gli sforzi dell’Arabia Saudita per reindirizzare maggiori flussi di greggio verso le esportazioni nel Mar Rosso e lontano dal Golfo Persico, la dura realtà dell’approvvigionamento petrolifero globale è che è necessario che lo Stretto di Hormuz rimanga aperto per evitare la perdita di circa 17 milioni di barili al giorno (bpd) di greggio e prodotti petroliferi questo mese e il prossimo”. “Gli shock dell’offerta registrati in passato suggeriscono che, se la guerra e le interruzioni nello Stretto di Hormuz dovessero persistere, il petrolio Brent potrebbe raggiungere i 150-200 dollari al barile”: le stime iniziali di JP Morgan e Citigroup, che parlavano di 120/130 dollari e che, inizialmente, sono state accolte con scetticismo e tacciate di catastrofismo, oggi sembrano alla maggior parte degli analisti eccessivamente ottimistiche; e “Per alcuni prodotti, come il gasolio e il carburante per aerei, i prezzi effettivi potrebbero addirittura superare i 200-250 dollari al barile”.
Da questo punto di vista, si chiarisce meglio la richiesta di Trump agli alleati NATO di formare un’alleanza per mettere in sicurezza Hormuz: come sottolinea Guancha, “Il governo statunitense sta ancora cercando di persuadere gli alleati a fornire supporto”, ma non perché cambierebbe qualcosa sul serio sul campo, ma “semplicemente per calmare i mercati”; Trump, sottolinea Guancha, ”non è interessato a contributi specifici” e si accontenterebbe anche solo di “dichiarazioni vaghe da parte di funzionari di alto livello”. Per ora, non gli è andata esattamente benissimo, diciamo, né con i vassalli europei, né con quelli asiatici:

“Le dichiarazioni rilasciate martedì dal presidente statunitense Donald Trump, in cui si chiedeva perché Cina, Giappone e Corea del Sud non avessero assunto un ruolo militare più attivo nella salvaguardia delle principali rotte di trasporto energetico, in particolare lo Stretto di Hormuz, richiamano l’attenzione su un cambiamento più profondo già in atto. L’inazione dei maggiori importatori di energia asiatici segnala una trasformazione strutturale in corso, che sta già rimodellando i flussi di capitali, le catene di approvvigionamento e gli equilibri geopolitici in tutta la regione. Per decenni, la sicurezza del transito energetico globale si è basata in larga misura sul predominio navale statunitense. Le economie asiatiche, pur essendo i maggiori acquirenti mondiali di petrolio e gas, hanno operato all’interno di questo quadro. La dipendenza strategica è stata tollerata perché funzionava. L’energia era disponibile, i costi rimanevano prevedibili e il rischio era in gran parte esternalizzato. Ma sembra che una nuova realtà stia emergendo con la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Cina, Giappone e Corea del Sud non si comportano più come beneficiari passivi di un sistema guidato dagli Stati Uniti. La loro moderazione nei momenti di tensione riflette un riposizionamento calcolato. Il loro non-intervento militare non indica compiacenza; riflette piuttosto una svolta deliberata verso la protezione delle loro economie proprio dal tipo di sconvolgimento che un simile intervento comporterebbe. In altre parole, la sicurezza energetica della regione si sta ridefinendo in tempo reale. Invece di proteggere le rotte commerciali, l’Asia sta riducendo la dipendenza da esse. I modelli di investimento emergenti confermano già questa transizione. Tale riposizionamento ha implicazioni a lungo termine per i prezzi globali dell’energia e i flussi commerciali. La minore dipendenza da singole rotte di transito riduce l’impatto delle interruzioni in tali corridoi. La volatilità dei prezzi legata ai punti critici geopolitici si attenuerà nel tempo con il consolidarsi della diversificazione. L’influenza degli Stati Uniti nella sicurezza energetica, pur rimanendo significativa, è destinata a diminuire gradualmente. L’autonomia asiatica sta crescendo grazie all’accumulo di capacità piuttosto che allo scontro nello Stretto di Hormuz. Le dinamiche valutarie potrebbero cambiare con la crescente diversificazione degli scambi energetici regionali. Gli accordi bilaterali prevedono sempre più spesso il regolamento in valuta locale, riducendo l’esposizione alla volatilità del dollaro nelle transazioni energetiche. Movimenti graduali in questa direzione potrebbero avere un impatto cumulativo sull’architettura finanziaria globale nel tempo. Gli investitori che considerano questo momento come un’anomalia temporanea rischiano di perdere di vista la più ampia riallocazione già in atto”.
L’imperialismo va lavorato ai fianchi e anche noi dobbiamo fare la nostra parte; tipo così, per iniziare:

Il Soddu
Petrolio russo destinato alla Cina viene dirottato mentre l’India ne accaparra di più. Almeno sette petroliere cariche di greggio russo hanno cambiato destinazione a metà viaggio, passando da porti cinesi a quelli indiani: la nave Aqua Titan, che trasportava Urals crude e era diretta verso Rizhao in Cina, ha invertito la rotta nel Mar Cinese Meridionale e ora punta su New Mangalore (arrivo previsto il 21 marzo) dopo che gli Stati Uniti hanno concesso un’esenzione temporanea permettendo a Nuova Delhi di raddoppiare gli acquisti di petrolio russo; questa deviazione riflette la forte domanda indiana in piena crisi energetica provocata dalla guerra in Iran e dalle interruzioni nello Stretto di Hormuz.
La guerra in Iran minaccia il fragile riavvicinamento Usa-Cina. Il conflitto nel Golfo sta sconvolgendo la distensione tra Washington e Pechino, con il summit Trump-Xi ormai rinviato dopo la richiesta americana di navi cinesi per Hormuz: il New York Times sottolinea che la crisi energetica ha messo in secondo piano tutti gli altri dossier bilaterali; Pechino mantiene una neutralità prudente, ma guadagna tempo per rafforzare le proprie riserve strategiche.
La guerra soffoca il gas naturale: l’Asia torna massicciamente al carbone. Con le spedizioni di LNG bloccate dallo scontro nel Golfo, Giappone, Thailandia, Taiwan e altri grandi importatori asiatici stanno aumentando la produzione di energia da carbone per evitare blackout e contenere i costi: il conflitto ha fatto raddoppiare i prezzi spot in Asia, mettendo a rischio la transizione verde della regione; gli analisti prevedono un impatto duraturo sulle emissioni globali.
L’amicizia Trump-Takaichi alla prova della guerra in Iran. Il presidente Trump incontrerà la premier giapponese Sanae Takaichi e la presserà per un aiuto militare nello Stretto di Hormuz: la stretta relazione bilaterale costruita negli ultimi mesi è ora sotto stress per le richieste americane di supporto navale; Tokyo segue con preoccupazione gli sviluppi energetici regionali.
La Cina impone il divieto alle esportazioni di carburante: stretta sulle forniture asiatiche. Pechino ha bandito fino alla fine di marzo le esportazioni di diesel, benzina e jet fuel per prevenire carenze interne: la misura aggrava ulteriormente le difficoltà di Giappone, Corea del Sud e Sud-Est asiatico, già colpite dalla guerra in Iran e dalle interruzioni nello Stretto di Hormuz; i prezzi del carburante in Asia salgono rapidamente.
Il dilemma energetico del Giappone in un’era di volatilità. I nuovi shock energetici si ripercuotono sui mercati globali, con l’Asia in prima linea: Tokyo sta valutando misure urgenti di emergenza, inclusa la liberazione di riserve strategiche e nuovi accordi alternativi, mentre monitora l’impatto della guerra in Iran sulle proprie importazioni.
I tentativi giapponesi di mediare i conflitti incontrano limiti noti. Tokyo riflette su come gestire la crisi iraniana, con risultati misti nei passati sforzi di pace: il governo giapponese sta valutando se e come contribuire alla stabilità delle rotte energetiche senza inviare navi militari nello Stretto di Hormuz come richiesto dagli Stati Uniti.
I governi asiatici si affrettano ad assicurarsi il petrolio russo. Giappone, Corea del Sud, India e altri Paesi della regione stanno accelerando contratti urgenti con Mosca per compensare le interruzioni causate dalla guerra in Iran e dalle restrizioni cinesi: questa corsa riflette la crescente preoccupazione per la sicurezza energetica in tutta l’Asia.
La Cina ignora la richiesta di Trump su Hormuz mentre la guerra si approfondisce. Pechino non intende aiutare gli Stati Uniti a riaprire lo Stretto di Hormuz e accoglie con favore il rinvio del viaggio di Trump a Pechino; gli analisti ritengono che la Cina stia sfruttando il momento per rafforzare la propria posizione strategica mentre Washington è impegnata nel Medio Oriente.
La Cina di fronte a un calcolo difficile su Trump, petrolio e Taiwan. Pechino deve bilanciare la neutralità nella guerra iraniana con la necessità di garantire forniture energetiche e gestire le tensioni su Taiwan: il rinvio del summit offre a Xi più tempo per valutare rischi e opportunità in uno scenario geopolitico in rapido cambiamento.















