di Luigi Monsellato

Puรฒ sembrare una proposta assurda anche solo da concepire: aumentare le pene ai lavoratori morti sul lavoro. Eppure, osservando attentamente lโarchitettura normativa costruita dal governo Meloni in tema di sicurezza, questa idea risulta perfettamente coerente con la logica finora applicata, magari non nei contenuti espliciti, ma nello schema implicito che guida i provvedimenti: una sequenza di dispositivi, dai piรน simbolici ai piรน repressivi, fondati su unโidea punitiva e selettiva della sicurezza. Una sicurezza a costo zero, che non previene nรฉ protegge, ma controlla e infligge pene esemplari, preannunciate con tono epico e prefigurate come castighi biblici.
Tutto comincia con il Decreto Rave del 2022, una norma concepita per colpire i cosiddetti “raduni pericolosi” che introduce un reato dai contorni vaghissimi e pene esemplari. Applicata alla lettera, avrebbe potuto vietare perfino le messe di Natale: assembramenti non autorizzati, in spazi chiusi, con diffusione musicale e finalitร ideologiche. Il testo ha una portata potenzialmente universale: qualunque riunione, anche liturgica, rientra nella definizione del reato. La norma esiste, ma si applica solo quando conviene e, infatti, non mancano altre eccezioni: il 20 giugno 2025, ad esempio, circa 10.000 metalmeccanici hanno bloccato la tangenziale di Bologna, un atto che rientra nelle nuove fattispecie di reato introdotte dal Decreto Sicurezza, con pene da sei mesi a due anni; eppure, nessun arresto, nessuna denuncia. Non รจ una contraddizione: รจ la conferma dellโarbitrarietร ; il suo scopo non รจ punire sistematicamente, ma intimidire potenzialmente. La minaccia รจ permanente, lโapplicazione selettiva; ciรฒ che conta non รจ la legittimitร dellโazione, ma la volontร politica di colpire.
Questa stessa logica ha investito anche la sicurezza sul lavoro; il linguaggio รจ diverso, ma il meccanismo รจ lo stesso: si parla di prevenzione, formazione, consapevolezza, ma non si interviene sulle cause strutturali del rischio – ritmi insostenibili, catene di subappalti, precarietร sistemica – ma si costruisce una narrazione di responsabilitร individuale. Se รจ stato fatto il corso, se รจ stato firmato il modulo, se lโazienda ha tutti i documenti in regola, allora il sistema ha adempiuto ai propri obblighi; se ci si fa male, non si รจ stati abbastanza attenti; se si muore, personalmente qualcosa si sarร pur sbagliato. ร una responsabilizzazione estrema che rovescia il principio stesso della tutela: la sicurezza non salva, giudica. E la direzione รจ chiara: non la protezione della vita, ma il controllo dei comportamenti. Lo stesso principio si รจ ormai esteso a ogni deviazione dallโordine costituito: manifestazioni, blocchi stradali, occupazioni scolastiche, scioperi spontanei. Tutto รจ potenzialmente illegale, tutto puรฒ essere punito.
ร questa la continuitร logica piรน inquietante: la traslazione della colpa verso il basso, verso chi subisce, e non verso chi produce le condizioni pericolose; la stessa coerenza collega le sanzioni ai manifestanti pacifici, gli sgomberi preventivi, le misure punitive contro chi occupa case e le “patenti a punti” per le imprese, che spesso funzionano piรน come salvacondotto burocratico che come misura di prevenzione effettiva. Chi occupa una casa non lo fa sempre per dolo o speculazione; anzi, chi lo fa per necessitร – perchรฉ espulso dal mercato, sfrattato, disoccupato o abbandonato dalle istituzioni – spesso non ha altra scelta: รจ lโunica alternativa concreta a vivere per strada, senza alcuna forma di tutela. Eppure, anche questa scelta di sopravvivenza viene criminalizzata: se si dorme in una casa vuota, si commette un reato: se si dorme sotto un ponte, si รจ considerati un problema di decoro urbano, soggetti a multe, sgomberi, identificazioni forzate, ordinanze municipali contro il “vagabondaggio”. Paradossalmente, chi occupa per dolo o speculazione – racket, intermediari, organizzazioni criminali o reti di affitto abusivo – di norma non viene perseguito con la stessa solerzia, o riesce a operare in zone grigie tollerate; in alcuni casi si tratta persino di soggetti organizzati che occupano immobili da decenni senza titolo, senza pagare affitti o pigioni, spesso sotto insegne associative o sezioni di partito, protetti da una rete di connivenze istituzionali e opacitร amministrative.
In ogni caso, la colpa รจ dellโindigente, non delle condizioni che hanno prodotto la povertร , nรฉ dei servizi sociali incapaci o impossibilitati a offrire soluzioni in grado di sottrarre chi ne รจ colpito alla deprivazione e allโesclusione sociale. Basta rispettare la forma; la sostanza puรฒ restare tossica, purchรฉ firmata in triplice copia. In questo contesto, la proposta di punire i lavoratori morti per non aver rispettato le procedure non รจ una caricatura, ma una deduzione estrema e coerente: segue fedelmente il principio secondo cui la sicurezza non protegge, ma valuta; non cura, ma seleziona. Il cittadino modello non รจ quello messo in condizione di lavorare in sicurezza, ma quello che si adegua alle regole, anche quando le regole non lo proteggono.
Ironia della sorte, si muore sul lavoro perchรฉ costretti da condizioni che non si possono cambiare, e si viene trattati, esplicitamente o implicitamente, come se si fosse scelto di morire: una logica perfetta, se si accetta che la sicurezza sia unโideologia del controllo e non della tutela. Cosรฌ, lโaberrazione di punire chi muore assume una coerenza funzionale: nessuno la scriverร mai in un decreto, ma รจ giร allโopera nel modo in cui si raccontano gli incidenti, si fanno i controlli, si archiviano le responsabilitร . La sicurezza, concepita come un canale di scarico della colpa: non serve a prevenire, ma a spostare la responsabilitร verso il basso; lโimportante รจ che qualcuno paghi. E se il colpevole รจ morto, non importa: lโerrore resta suo.










