
di Alessandra Caraffa
Giovedì scorso la Casa Bianca ha condiviso la bozza del bilancio previsto per la NASA per il 2026. L’Amministrazione Trump prevede un taglio complessivo del 20% al budget dell’agenzia spaziale (pari a 5 miliardi di dollari su 25 totali). La mannaia del pacificatore, però, intende abbattersi con violenza sui programmi scientifici dell’Agenzia, che vanno dalle ricerche sul clima della Terra allo studio di stelle, galassie, buchi neri e altri pianeti. I tagli più pesanti riguardano l’astrofisica, gli studi sul Sole e le scienze della Terra, che vedranno assegnarsi meno della metà dei fondi stanziati lo scorso anno. Quasi certamente diremo addio al programma per far tornare sulla Terra i campioni di roccia marziana raccolti dal rover Perseverance e al lancio del telescopio spaziale Nancy Grace Roman, che è già completamente assemblato ed era pronto a iniziare la sua missione nel 2027. Con ogni probabilità il Congresso si opporrà alla proposta di budget presentata dalla Casa Bianca. Ma la definizione del bilancio inizierà soltanto il 1° ottobre, e nel frattempo Trump potrebbe chiedere alla NASA di adeguarsi al budget appena proposto.
I menestrelli del libero mercato non si sono lasciati sfuggire l’occasione di gioire per i tagli federali che apriranno la strada alle splendide ed efficienti iniziative dei privati. Peccato che, come ha ricordato anche Adrian Fartade di Link4Universe, SpaceX e company non hanno alcun interesse scientifico, e questo dovrebbe essere chiaro a chiunque. Le grandi aziende della space economy si occupano essenzialmente di trasporti spaziali e comunicazioni, non certo di andare a studiare la composizione chimica delle stelle o di trovare una risposta alle domande (peraltro ancora aperte) sull’origine dell’Universo. La ricerca di base è sempre, per definizione, un investimento pubblico. I privati che si occupano di scienza sviluppano prodotti, non cercano risposte: l’abbiamo visto recentemente con i topi coi capelli da mammuth spacciati animali de-estinti.
E poi, siamo sicuri che i privati sappiano almeno quale prodotto vendere, al di fuori delle commesse federali che li tengono in vita? A giudicare dal successo mediatico del saltello suborbitale della fidanzata di Bezos è lecito avere dei dubbi. Molti dei milionari che dovrebbero essere il target di questo turismo spaziale da 10 minuti non hanno apprezzato le urla sguaiate delle 6 donne lanciate in suborbita in tuta griffata. La top model Emily Ratajkowski, per esempio, ha giudicato “disgustosa” la sceneggiata architettata da Blue Origin e spalleggiata dai media di mezzo mondo. Insomma, se Bezos voleva venderci un’immagine glamour del volo spaziale, che poi non è neanche tanto spaziale, non c’è riuscito proprio benissimo. L’idea di tagliare i fondi federali per la ricerca e l’esplorazione spaziale per delegare tutto ai geniali prenditori della Silicon Valley, in effetti, è un’idea talmente stupida che nessuno, forse neanche nell’amministrazione Trump, si sognerebbe di metterla seriamente sul piatto. Come ha spiegato Dara Norman, presidente dell’American Astronomical Society, “Senza finanziamenti federali robusti per le scienze, gli Stati Uniti perderanno almeno una generazione di talenti a vantaggio di altri Paesi che stanno aumentando gli investimenti in strutture e sviluppo della forza lavoro. Questi tagli comporteranno sicuramente la perdita della leadership americana in campo scientifico”. I tagli di Trump alla ricerca non sono un favore a Bezos o a SpaceX. Piuttosto, hanno l’aspetto di una resa da cui probabilmente non si tornerà indietro.















