In Israele hanno votato quasi tutti quelli che potevano votare e il risultato, per il momento, è che nessuno riesce a dimostrare di poter governare; ma questa non è una semplice storia di paralisi parlamentare: è anche la storia di una società che, dopo tre anni di guerra e di radicalizzazione politica, si mobilita come non accadeva da decenni, di un primo ministro che conserva uno zoccolo duro molto più resistente di quanto sperassero i suoi avversari e, soprattutto, di una popolazione, quella palestinese con cittadinanza israeliana, che moltiplica la propria presenza politica proprio mentre le principali forze ebraico-israeliane continuano a considerarla un interlocutore scomodo, quando non illegittimo. Il paradosso è scritto nei numeri: l’affluenza registrata dalla Commissione elettorale è del 77,7%, il livello più elevato dalla fine degli anni Novanta, secondo le ricostruzioni diffuse nella notte; le stime televisive iniziali davano i due blocchi principali intorno alla parità, ma la successiva conta parziale dei voti, riportata da Calcalist e Ynet nella mattinata israeliana del 28 ottobre, quando erano stati scrutinati circa 2,95 milioni di voti, assegnava provvisoriamente 55 seggi alle forze vicine a Benjamin Netanyahu, 49 al fronte guidato da Gadi Eisenkot e 16 alle due liste arabe. Nessuno arriva a 61, la maggioranza assoluta della Knesset; le proiezioni possono ancora variare sensibilmente: le schede non sono tutte contate, i voti speciali arrivano dopo, e basta che una lista superi o perda la soglia del 3,25% perché cambi la distribuzione dei seggi: non è il momento di dichiarare né una vittoria definitiva né una sconfitta conclusiva. È però già il momento di chiedersi che cosa abbia prodotto questo risultato, perché il punto non è soltanto chi governerà, ma quale parte della società è riconosciuta come legittimata a decidere del governo.









