Il Marru
Mi piace l’odore del napalm al mattino, e stamattina all’alba era decisamente intenso:


Venerdì scorso, Trump aveva dichiarato in esclusiva ad Axios che sarebbe stato lui a scegliere il successore di Khamenei; e, invece, questi bricconcelli se lo sono scelti da soli:

Sinceramente, non ho gli strumenti per capire cosa significa la nomina di Mojtaba come Guida Suprema, ma, a vedere la reazione dei mercati, immagino che per il blitzkrieg di Forrest Trump non sia esattamente una buona notizia:

Secondo l’Economist, in questa settimana “L’Iran ha funzionato sorprendentemente bene sotto i bombardamenti americani e israeliani. I preparativi ordinati dalla guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, prima del suo assassinio il 28 febbraio, sono andati avanti come previsto. La prima ondata di attacchi aerei ha ucciso meno leader iraniani di quanto inizialmente riportato. Quasi tutti i vice comandanti e le figure chiave del regime sono sopravvissuti, tra cui il presidente Masoud Pezeshkian e Ali Larijani, segretario del Consiglio di sicurezza nazionale”, e “La mattina del 9 marzo (in Iran) è arrivato il segnale più clamoroso che il regime sia ancora intatto: la nomina di Mojtaba Khamenei, figlio di Ali, a nuova Guida Suprema del Paese”; secondo l’Economist, “la sua successione dimostra che il controllo del Paese è nelle mani del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), i difensori della Repubblica Islamica”.
Qualche informazione su Mojtaba, secondo l’Economist: “A 56 anni, Mojtaba è sempre stato un recluso. Sebbene dirigesse il Beyt – il tribunale di 4.000 uomini che sovrintendeva al controllo dello Stato da parte di suo padre – non esiste quasi nessun filmato che lo ritragga. Gli iraniani che lo hanno incontrato lo descrivono come modesto e timido, nonostante gestisse un impero economico del valore di miliardi di dollari. Si recava al seminario a bordo di una Paykan scassata, la versione iraniana della vecchia Hillman Hunter. I riformisti considerano Mojtaba una figura repressiva. Il suo più stretto alleato politico è Hossein Taeb, un religioso che un tempo dirigeva il temuto braccio di intelligence dell’IRGC. Insieme hanno perseguitato i riformisti, sostenuto – e, si dice, truccato – l’elezione di un presidente intransigente nel 2009 e contribuito a supervisionare la trasformazione dell’Iran da un ibrido teocratico-democratico a uno Stato di sicurezza che ha schiacciato il dissenso. Anche i religiosi hanno motivo di lamentarsi. Mojtaba non possiede i requisiti clericali e politici che la Costituzione richiede a una Guida Suprema. Non ha mai ricoperto una carica ufficiale. Né ha pubblicato il trattato accademico richiesto a un mujtahid, una fonte riconosciuta di autorità religiosa, né tantomeno ha raggiunto il rango di grande ayatollah”; “Gli osservatori dell’Iran parlano di una rinnovata coesione e determinazione del regime, entrambe affievolite dal tramonto del regno di Khamenei padre. Ci sono poche segnalazioni di defezioni. I generali al comando dell’IRGC stanno conducendo la guerra senza la supervisione civile. I militari sembrano soppiantare i religiosi che, secondo la Costituzione, dovrebbero governare il Paese. La morte di Khamenei li ha liberati, avverte un uomo d’affari iraniano in esilio. Sono più militanti, nazionalisti e più coraggiosi”
Ci sono, però, anche spunti di segno opposto: in primo luogo, come abbiamo sottolineato nelle settimane scorse, questa fase dell’aggressione imperialista contro l’Iran accelera la necessità di decentralizzare il potere, che lo rende più flessibile, ma anche decisamente più manipolabile e, a volte, senza manco il bisogno di infiltrarlo dall’esterno; in una situazione così fluida, la tentazione di sfruttare l’autonomia decisionale di qualche centro di potere per trasformarsi in signori della guerra è difficilmente contenibile. Anche secondo il Wall Street Journal, Con la nomina del figlio di Khamenei, l’Iran annuncia una lotta fino alla fine:
“L’ascesa al potere di Mojtaba Khamenei, un conservatore da tempo vicino al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniano, dimostra che gli sforzi di Trump per intimidire il regime e costringerlo alla resa sono falliti. Sembra anche aver messo i falchi al potere al sicuro controllo del Paese, con le fazioni moderate e riformiste a lungo marginalizzate”. Attenzione, però: non è detto che sia un esito non voluto. Un Iran più assertivo giustifica una guerra più estesa e prolungata: ovviamente ha un costo, ma in più di un’occasione la scommessa di Trump, alla fine, si è rivelata essere confidare nell’assoluta incapacità dei vassalli e anche di molti Paesi a cavallo tra Nord e Sud globale, di alzare la testa, anche di fronte a un attacco palese ed eclatante ai rispettivi interessi nazionali; per quanto le variabili in campo siano innumerevoli, e per quanto la strategia dell’impero sia continuamente costretta a riadattarsi agli esiti concreti sul campo, il piano A continua, comunque, ad essere quello di estendere e collegare i fronti fino alla guerra totale contro il Nuovo Ordine Multipolare.
Di sicuro c’è che, al momento, prevale il panico: mentre scriviamo, i mercati europei sono ancora chiusi, ma Giappone e Corea del Sud, dopo il rimbalzo di venerdì, viaggiano in profondo rosso, rispettivamente intorno a -5 e -7 punti percentuali:

La tanto temuta stretta petrolifera nel Golfo Persico è alle porte, titola il WSJ: ”Stiamo assistendo a quella che è di gran lunga la più grande crisi nella storia mondiale in termini di produzione giornaliera di petrolio”, ha affermato lo storico dell’energia Daniel Yergin.
Secondo Foreign Affairs, “L’escalation favorisce l’Iran”:
“Le prime ore dell’Operazione Epic Fury, l’offensiva militare congiunta USA-Israele contro l’Iran, lanciata il 28 febbraio, hanno dimostrato la straordinaria portata della moderna guerra di precisione. Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno ucciso la guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, insieme ad alti comandanti del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e importanti funzionari dell’intelligence, in quello che Washington e Gerusalemme hanno descritto come un colpo decisivo destinato a paralizzare la struttura di comando di Teheran e destabilizzare il regime. Eppure, nel giro di poche ore, ogni speranza che i precisi attacchi di decapitazione potessero limitare la portata della guerra fu infranta. L’Iran lanciò centinaia di missili balistici e droni non solo contro Israele, ma anche attraverso il Golfo”; “Gli attacchi dell’Iran non possono essere liquidati come atti di rappresaglia sparsa, come l’agitazione di un regime morente. Rappresentano piuttosto una strategia di escalation orizzontale, un tentativo di trasformare la posta in gioco di un conflitto ampliandone la portata e prolungandone la durata. Una strategia del genere consente a un combattente più debole di alterare i calcoli di un nemico più potente. E ha funzionato in passato, a scapito degli Stati Uniti”. “La rappresaglia dell’Iran ha chiari obiettivi politici. In primo luogo, Teheran vuole minare la percezione dell’invulnerabilità del Golfo. In secondo luogo, l’Iran ha aumentato il costo politico per i Paesi del Golfo dell’ospitare le forze statunitensi. In terzo luogo, Teheran sta plasmando una narrazione sull’ordine regionale. Presentando le sue azioni come una resistenza a una campagna israelo-americana volta al predominio regionale, l’Iran cerca di creare una frattura tra i leader dei Paesi del Golfo e la loro opinione pubblica, una frattura che potrebbe aumentare a seconda della durata del conflitto. Se la strategia dell’Iran è quella di ampliare e politicizzare il conflitto, gli Stati Uniti si trovano di fronte a una scelta. Una strada è raddoppiare: gli Stati Uniti potrebbero intensificare la loro campagna aerea, impegnando ulteriori risorse aeree nella lotta per sopprimere le capacità di lancio iraniane e creare le condizioni per estendere il controllo aereo sui cieli e la sorveglianza a terra”, ma “L’occupazione aerea permanente non porta al controllo politico e, senza un maggiore controllo politico, l’Iran continuerà a rappresentare una minaccia plausibile per gli interessi statunitensi, soprattutto perché il suo programma nucleare persiste in una forma o nell’altra. In questo modo, una politica apparentemente moderata potrebbe in realtà innescare un maggiore impegno”; “L’alternativa è porre fine all’impegno militare: Washington potrebbe dichiarare che gli obiettivi sono stati raggiunti e ritirare le sue enormi forze aeree e navali radunate vicino all’Iran”. “Trump si trova quindi di fronte a un dilemma: deve decidere se Washington debba affrontare subito costi politici brevi ma limitati o costi politici più prolungati e incerti in seguito. Non esiste una via d’uscita ideale, che aumenti i benefici politici per Washington. Ogni opzione ora comporta costi e rischi politici; l’attacco iniziale potrebbe aver risolto un problema tattico, ma ne ha creato uno strategico. Date queste realtà, la scelta più saggia potrebbe essere quella di accettare una perdita limitata ora piuttosto che rischiare di aggravare le perdite in seguito”.
E l’Iran non è l’unica gatta da pelare:

Come riporta Haaretz, I funzionari dell’IDF ammettono che l’esercito ha difficoltà a intercettare i droni di Hezbollah dal Libano: “Finora, l’IDF si è attenuto alla sua decisione iniziale di non ordinare evacuazioni, ma i funzionari dell’esercito hanno osservato che il successo dell’IDF con le intercettazioni è stato molto parziale e che è probabile una lunga guerra”.
Breaking: sono iniziate le contrattazioni al TTF di Amsterdam. E ovviamente…

E la speranza di Trump di utilizzare la crisi per indebolire la Cina potrebbe ritorcersi contro gli USA. Come la guerra in Iran potrebbe consolidare il dominio energetico della Cina, titola Foreign Policy:

“I prezzi del petrolio e del gas sono aumentati vertiginosamente da quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran lo scorso fine settimana, scuotendo i mercati energetici che si erano abituati a considerare con troppa cautela i rischi mediorientali. I prezzi della benzina negli Stati Uniti stanno aumentando, costringendo la Casa Bianca a valutare come attenuare le ricadute politiche. L’Europa, appena uscita dallo shock dell’invasione russa dell’Ucraina, si trova ad affrontare un’altra potenziale stretta, con i prezzi del gas naturale ai massimi dal 2023”: “La Cina, in quanto maggiore importatore mondiale di petrolio e GNL, sembrerebbe la più esposta a questo shock. In effetti, Pechino ha già ordinato alle raffinerie di limitare le esportazioni di carburante per proteggere le forniture interne. Ma sarebbe un errore presumere, come hanno fatto molti osservatori, che la Cina sarà la grande sconfitta della guerra. Le crisi spesso riorganizzano la geopolitica energetica in modi inaspettati. Questa potrebbe in definitiva rafforzare, anziché indebolire, la posizione strategica della Cina”. “Nel lungo termine, ci sono almeno tre ragioni per cui la Cina potrebbe rivelarsi un sorprendente beneficiario”: “In primo luogo, per oltre due decenni Pechino ha perseguito una strategia di sicurezza energetica pensata proprio per momenti come questo. Al centro c’è l’elettrificazione: spostare una parte maggiore dell’economia dal consumo diretto di petrolio e gas, riducendo così l’esposizione ai volatili mercati del petrolio e del gas, soggetti a perturbazioni geopolitiche”; “In secondo luogo, la crisi potrebbe modificare il modo in cui altri Paesi valutano i compromessi in materia di sicurezza energetica. In un mondo in cui l’energia è sempre più utilizzata come arma, molti importatori cercano di ridurre l’esposizione alla volatilità dei mercati del petrolio e del gas attraverso l’elettrificazione. Tuttavia, l’elettrificazione introduce una vulnerabilità diversa: la dipendenza dalla Cina per le tecnologie energetiche pulite”; “In terzo luogo, più in generale, fomentando questa crisi senza consultare i propri alleati, Washington rischia di rafforzare la percezione che gli Stati Uniti siano oggi la principale fonte di volatilità geopolitica. La Cina, al contrario, sta cercando di presentarsi come un partner commerciale più stabile. Il risultato sarà una crescente tendenza a cautelarsi tra i tradizionali alleati degli Stati Uniti. La decisione del Canada di allentare le restrizioni su un numero limitato di veicoli elettrici cinesi e le visite dei leader europei a Pechino per approfondire la cooperazione in materia di energia pulita riflettono questo fenomeno”. Insomma, se gli alleati degli USA avessero la minima intenzione di difendere i loro interessi nazionali, Washington sarebbe spacciata; il problema è che non è detto che accada e che, al momento, le opinioni pubbliche dei vassalli USA non sembrano minimamente intenzionate a dare battaglia per dare il benservito a classi dirigenti che sono sempre più chiaramente agenti stranieri dediti alla rapina, un po’ come quelle che Trump è riuscito a imporre al Venezuela e che voleva imporre anche all’Iran (forse):

La guerra in Iran è l’ultimo colpo alla spina dorsale industriale europea, titola Bloomberg.
Il Soddu
Oggi i listini asiatici sono crollati pesantemente per il balzo del petrolio oltre i 114 dollari al barile, scatenato dal prolungarsi della guerra in Medio Oriente: il Nikkei perde il 7%, il Kospi oltre l’8%, l’Hang Seng il 3,2%, mentre Shanghai registra un calo più contenuto, ma comunque negativo; gli investitori stanno fuggendo per timori di inflazione galoppante, rallentamento globale e costi energetici record per le economie importatrici di greggio. È il peggior inizio di settimana da mesi, con vendite massicce su tecnologia, auto e banche; si parla di shock da petrolio che cancella i guadagni delle Due Sessioni cinesi.
Asia in caduta libera: Nikkei -7%, Kospi -8%. I mercati asiatici sprofondano, mentre il petrolio supera i 114 dollari per la guerra in Iran: Giappone e Corea del Sud sono i più colpiti, con forti timori di stagflazione e costi energetici record; l’Hang Seng perde il 3%.
Crollo asiatico per il petrolio a 114 dollari. Il balzo del greggio per il conflitto in Medio Oriente pesa sulle economie importatrici: Shanghai e Hong Kong chiudono in rosso, con forti timori per inflazione e crescita.
Hong Kong e Shanghai arretrano, petrolio sopra i 110 dollari. Hang Seng -3,2%, Shanghai Composite -1,7%: il rialzo del petrolio per la guerra in Iran fa tremare i mercati asiatici; gli investitori vendono soprattutto tech e auto.
Mercati asiatici in rosso profondo per la guerra in Iran. Il petrolio oltre 110 dollari alimenta timori di recessione: per alcuni indici si tratta dello shock più forte dal 2008.
Guerra in Iran: Pechino chiama al cessate il fuoco immediato. Il ministero degli Esteri cinese esorta USA e Iran a fermare le ostilità: Pechino condanna l’escalation e offre mediazione, temendo ripercussioni sulle forniture energetiche e sulla Via della Seta.
Xi Jinping monitora la crisi in Medio Oriente. Pechino rafforza le alleanze con i Paesi produttori di petrolio per garantire la stabilità energetica; inoltre la Cina invierà un delegato in Medio Oriente per la mediazione, afferma il ministro degli Esteri.
India neutrale, ma preoccupata per il petrolio. Modi segue la guerra Iran con allarme per i prezzi energetici: Nuova Delhi accelera la diversificazione dei fornitori e rafforza la riserva strategica; gli Stati Uniti hanno esortato l’India ad acquistare il petrolio russo già in mare per alleviare i timori sull’approvvigionamento.
Giappone e Corea rafforzano la sicurezza energetica. Tokyo e Seoul annunciano misure urgenti contro il caro-petrolio, con riserve strategiche pronte e attraverso il dialogo con gli USA per ottenere corridoi sicuri.










