Il Marru
Mentre il governo dei Patrioti italiano conferma il suo sostegno incondizionato all’aggressione terroristica di USA e Israele al nostro ex partner commerciale iraniano, e il compagno Sanchez, come sempre, alla fine sconiglia, chi è abituato a far di conto comincia a nutrire qualche piccolo dubbio:

Secondo l’Economist, Donald Trump si deve fermare presto; “Il suo conflitto sconsiderato rischia di degenerare nel caos”. Ma è meglio non farsi illusioni; non si tratta tanto di crepe in seno alla Coalizione Epstein tra USA, Israele, Stati vassalli e oligarchie occidentali, quanto dei preparativi per una exit strategy da una guerra che si può vincere solo a metà: “Quando si comanda una macchina letale e travolgente come le forze armate americane, unite in questa operazione con le forze di Difesa israeliane, temprate dalla battaglia”, sottolinea l’Economist, “si ha la speciale responsabilità di definire ciò che si vuole ottenere”. Ma, mentre “l’obiettivo di Israele è chiaro: demolire la minaccia rappresentata dal regime iraniano”, continua l’Economist, “Trump e il suo governo hanno offerto una miriade di affermazioni mutevoli: sui missili iraniani, sulle armi nucleari, sul cambio di regime, sul seguire l’esempio di Israele, sulla sensazione che l’Iran stesse per attaccare e sul regolamento di conti dopo decenni di inimicizia. Politicamente, la vaghezza dà a Trump un margine di manovra . Strategicamente, la sua incapacità di spiegare a cosa serva Epic Fury è la sua più grande vulnerabilità”; “Oggi, appena un terzo degli americani è a favore della battaglia in Iran (il 90% ha sostenuto l’invasione dell’Afghanistan nel 2001). L’America può anche essere un esportatore di energia, ma i suoi elettori detestano il petrolio costoso. Trump potrebbe essere tentato di cercare una vittoria innegabile bombardando il regime fino a farlo scomparire. Ma anche con il peso militare americano, potrebbe non riuscirci. Nel frattempo, tutti questi rischi continuerebbero a danneggiare la regione e l’economia mondiale”. “Farebbe meglio a restringere i suoi obiettivi di guerra. Il suo obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre le capacità militari dell’Iran e poi fermarsi. Ci è quasi riuscito. Qualcuno sosterrà che il lavoro sarebbe solo a metà. Ma sarebbe meglio per l’America dichiarare vittoria presto piuttosto che uscire zoppicando da una guerra impopolare per sfinimento”; Purtroppo, conclude l’Economist, “sono i frutti dell’approccio impulsivo di Trump. Circondato da cortigiani adulatori, Trump è diventato avventato e le sue opportunistiche prese di potere ogni volta che vede una debolezza sono pericolose. L’America ha bisogno di una strategia in Iran, proprio come ne ha bisogno nel mondo”.
Il perché di tanta preoccupazione da parte dell’élite globalista potrebbe stare qui:

Secondo quanto riportato dal Financial Times, Gli Stati del Golfo potrebbero rivedere gli investimenti esteri per alleviare le tensioni finanziarie causate dalla guerra con l’Iran: “La pressione sui bilanci degli Stati del Golfo”, sottolinea l’articolo, “potrebbe indurli a rivedere i loro investimenti all’estero e i loro impegni futuri”; “Un funzionario del Golfo ha affermato che potrebbe avere un impatto su qualsiasi cosa, dagli impegni di investimento verso Stati o aziende straniere, alle sponsorizzazioni sportive, ai contratti con aziende e investitori, fino” – e, forse, questa potrebbe essere la cosa che preoccupa di più – “alle vendite di partecipazioni”. Che è esattamente il contrario di quello che voleva ottenere Trump: imporre ai capitali di cercare un porto sicuro nel mare in tempesta dell’ennesima grande crisi geopolitica nelle obbligazioni e nei titoli azionari denominati in dollari e scambiati sui mercati finanziari statunitensi; “Diversi paesi del Golfo hanno avviato una revisione interna per determinare se le clausole di forza maggiore possano essere invocate nei contratti in corso, riesaminando al contempo gli impegni di investimento attuali e futuri al fine di alleviare parte della prevista pressione economica derivante dalla guerra in corso“, ha affermato il funzionario, “Soprattutto se la guerra e le relative spese continueranno allo stesso ritmo“. La mossa, sottolinea l’articolo, sarebbe una misura precauzionale dovuta alle “difficoltà di bilancio che questi Paesi stanno affrontando a causa della riduzione delle entrate derivanti dall’energia, dal rallentamento della produzione o dall’impossibilità di effettuare spedizioni, [e dai] settori del turismo e dell’aviazione, oltre all’aumento della spesa per la difesa”.
Capito perché l’Iran si è concentrato sulle infrastrutture militari USA ospitate nei Paesi del Golfo? “Questi Paesi gestiscono alcuni dei fondi sovrani più grandi e attivi al mondo”, ricorda l’articolo, “e l’anno scorso Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar si sono impegnati a investire centinaia di miliardi di dollari negli Stati Uniti”; “Qualsiasi mossa che influisca sugli investimenti negli Stati Uniti o in altri Stati occidentali potrebbe aumentare la pressione su Trump affinché cerchi una strategia diplomatica per porre fine alla guerra”.
Khalaf al-Habtor è uno degli imprenditori storici più influenti degli Emirati: il suo gruppo impiega oltre 10 mila persone ed è proprietario di alcuni degli edifici più iconici di Dubai, compresa un’intera cittadella che porta il suo nome; è stato uno dei promotori più attivi degli Accordi di Abramo e ha sempre nutrito grande stima per l’approccio business first del tycoon con il ciuffo biondo che fa impazzire il mondo. Ma, a questo giro, non gliel’ha mandate a dire: “Signor Presidente Donald Trump”, in un post sul suo profilo X (che, mentre scrivo, ha già superato abbondantemente i 10 milioni di visualizzazioni), “Domanda diretta: chi vi ha dato il permesso di trascinare la nostra regione in una guerra contro l’Iran? E su quali basi avete preso questa pericolosa decisione?”

“Avete considerato i danni collaterali prima di premere il grilletto? E avete pensato che i primi a essere danneggiati da questa escalation sarebbero stati i Paesi della regione?”; “E’ stata una vostra decisione personale? O è il risultato delle pressioni di Israele e del suo governo?”. “Avete posto i Paesi del Golfo e gli Stati arabi al centro di un pericolo che non hanno scelto. Grazie a Dio, siamo forti e capaci di difenderci, e abbiamo eserciti e difese che proteggono le nostre patrie, ma la domanda rimane: chi vi ha dato il permesso di trasformare la nostra regione in un campo di battaglia?”; “Prima ancora che l’inchiostro si fosse asciugato sull’iniziativa #BoardOfPeace da voi annunciata in nome della pace e della stabilità, ci troviamo di fronte a un’escalation militare che mette in pericolo l’intera regione. Dove sono finite quelle iniziative? E che fine hanno fatto le promesse fatte in nome della pace?”: “La maggior parte dei finanziamenti per queste iniziative proveniva da Paesi della regione stessa e dagli Stati arabi del Golfo che hanno contribuito con miliardi di dollari apparentemente a sostenere la stabilità e lo sviluppo. Questi Paesi hanno il diritto di chiedersi oggi: dove sono finiti questi soldi? Stiamo finanziando iniziative di pace o una guerra che ci mette a rischio?”. “Ancora più pericoloso è che la vostra decisione minaccia non solo la popolazione della regione, ma anche il popolo americano, a cui avete promesso pace e prosperità. Oggi si ritrova coinvolto in una guerra finanziata con le proprie tasse, con costi che, secondo l’Institute for Policy Studies (IPS), vanno dai 40 ai 65 miliardi di dollari per le operazioni militari dirette, e che potrebbero raggiungere i 210 miliardi di dollari, includendo l’impatto economico e le perdite indirette, se la guerra dovesse continuare per quattro o cinque settimane. Si è persino arrivati al punto di sacrificare gli stessi americani in una guerra in cui non hanno alcun interesse”; “Hai persino infranto le tue promesse di evitare guerre e di dare priorità all’America sopra ogni altra cosa, ordinando interventi militari stranieri durante il tuo secondo mandato in sette paesi: Somalia, Iraq, Yemen, Nigeria, Siria, Iran e Venezuela, oltre a operazioni navali nei Caraibi e nel Pacifico orientale. Hai lanciato oltre 658 attacchi aerei stranieri nel tuo primo anno in carica, equivalenti al numero totale di attacchi durante l’intero mandato di Biden, lo stesso uomo che hai criticato per aver coinvolto gli Stati Uniti in guerre straniere”: “Queste cifre hanno avuto un impatto notevole sul tuo indice di gradimento tra gli americani, che è diminuito del 9% in soli 400 giorni dal tuo insediamento per il secondo mandato”; “Questi numeri dicono chiaramente una cosa: anche all’interno degli Stati Uniti cresce la preoccupazione di essere trascinati in una nuova guerra e di esporre la vita, l’economia e il futuro degli americani a rischi inutili. La vera leadership non si misura in base alle decisioni riguardanti la guerra, ma in base alla saggezza, al rispetto per gli altri e all’impegno per la pace. Se queste iniziative sono state lanciate in nome della pace, allora abbiamo il diritto di esigere piena trasparenza e una chiara assunzione di responsabilità”.















