Il Marru
La svastica non è un simbolo di odio; al massimo, è un simbolo leggermente divisivo, niente di più: è quanto sostiene il nuovo regolamento della Guardia Costiera USA.

Intanto, il senato USA ha votato a larga maggioranza per far passare un disegno di legge da oltre 900 miliardi di dollari che definisce la politica del Pentagono: Il National Defense Authorization Act approvato ieri introduce una lunga serie di iniziative per aumentare la competitività con i rivali russi e cinesi; secondo Reuters, si tratta di una “rottura con Trump”, perché “include diverse disposizioni per rafforzare la sicurezza in Europa”, muovendosi in modo diametralmente opposto ai dettami della National Security Strategy pubblicata pochi giorni fa.

Ma forse, tutta questa rottura, in realtà, è più una speranza che una realtà; in effetti, ci sono nuovi aiuti per Ucraina e Baltici, ma sono spiccioli: rispettivamente 800 e 175 milioni. Non sono stati azzerati; sono stati solo tagliati di oltre il 99%. La cosa semmai più delicata è che il nuovo dispositivo limita “la capacità del Dipartimento della Difesa di ridurre il numero di forze statunitensi in Europa a meno di 76.000 unità e impedisce al Comandante europeo degli Stati Uniti di rinunciare al titolo di Comandante Supremo della NATO”.
Intanto, anche il tentativo dell’Ue di salvare l’Ucraina dalla ritirata USA con i soldi dei russi sembra andare a sbattere contro un muro invalicabile:

“La Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha rimosso la questione del furto di beni russi dall’agenda del vertice Ue, che inizia oggi e si concluderà domani. Lo ha annunciato il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán. Per lei, si tratta di una sconfitta personale e dolorosa nella battaglia contro i Paesi che temono l’idea di derubare i russi. Il furto si è reso necessario dopo la precedente decisione dei giganti dell’Ue di respingere il piano di pace degli Stati Uniti e prolungare il conflitto militare per almeno due anni. Il FMI, da parte sua, ha avvertito: o trovano 160 miliardi di dollari per Kiev entro la primavera, o l’Ucraina fallirà. Quando è diventato chiaro che non ci sarebbe stata una decisione unanime dei 27 Paesi dell’Ue su questo tema, la maggioranza ha deciso che un parere di maggioranza era sufficiente per il furto. Si prevedeva di formalizzare la decisione al vertice di Bruxelles del 18-19 dicembre, dove si sarebbero riuniti i leader dei paesi dell’Ue”. Secondo Politico, “I diplomatici stanno lavorando a un compromesso azzardato all’ultimo minuto per salvare un accordo sull’invio di aiuti finanziari vitali all’Ucraina durante il vertice ad alto rischio dei leader dell’Ue di giovedì” ; vedremo. Intanto, il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione per la costruzione dello “spazio militare Schengen”: 17 miliardi di investimenti per le infrastrutture all’interno dell’Ue che garantiscono una migliore mobilità militare.
E, dulcis in fundo…

Gli USA approvano un pacchetto di armi da 11,1 miliardi di dollari per Taiwan, titola Reuters: è il più grande di sempre. La proposta di vendita di armi riguarda otto articoli, tra cui sistemi missilistici HIMARS, obici, missili anticarro Javelin, droni per munizioni vaganti Altius e parti di altre attrezzature, ha affermato il ministero della Difesa di Taiwan in una nota; il ministero ha affermato che il pacchetto è nella fase di notifica al Congresso, fase in cui il Congresso ha la possibilità di bloccare o modificare la vendita se lo desidera, sebbene Taiwan goda di un ampio sostegno trasversale. “Questo pacchetto di approvvigionamenti è una risposta alla minaccia cinese e risponde alla richiesta di Trump che partner e alleati facciano di più per garantire la propria difesa“, ha affermato Rupert Hammond-Chambers, presidente del Consiglio d’Affari USA-Taiwan; ha aggiunto: “Continuiamo a vedere la priorità data a piattaforme e munizioni che possano affrontare un attacco in stile D-Day sull’isola“.
Ale
La data del 16 dicembre 2025 ha segnato un momento storico per la Volkswagen e per la Germania: nel pomeriggio di ieri, infatti, i cancelli della Gläserne Manufaktur di Dresda si sono chiusi definitivamente, sancendo la fine della produzione automobilistica all’interno dello stabilimento; si tratta della prima chiusura di una fabbrica del gruppo Volkswagen in territorio tedesco negli ultimi 88 anni, un evento emblematico che riflette le profonde trasformazioni e le difficoltà del settore.
Il governo Meloni sta pensando di mettere mano ai Servizi segreti per renderli più efficienti ed efficaci; una riforma, però, chiaramente politica che rischia di compromettere privacy e sicurezza.
L’ex comandante in capo delle Forze Armate ucraine, Valerij Zaluzhny, oggi ambasciatore a Londra e papabile successore di Zelensky a capo del regime di Kiev, ha rivolto un severo monito al suo Paese riguardo al potenziale ritorno dal fronte di centinaia di migliaia di militari: intervenendo in videoconferenza a un forum, i cui stralci sono stati diffusi dai media locali, Zaluzhny ha delineato uno scenario ad alto rischio di destabilizzazione interna; secondo l’ex generale, alla fine delle ostilità potrebbero fare ritorno alle loro case circa un milione di uomini e donne con esperienza di combattimento, un evento che rappresenterebbe, a suo avviso, “una nuova sfida per lo Stato, per la società e per i soldati stessi“. Zaluzhny ha sottolineato con amarezza un paradosso già in atto: “Sebbene i combattimenti continuino, all’interno del Paese alcuni hanno già cominciato a etichettare i militari come nemici“.
Il Soddu
Taiwan, gli Stati Uniti e l’escalation programmata. La vendita di armi americane a Taiwan per 11 miliardi di dollari non è affatto un modo per dissuadere la Cina da un possibile attacco: gli Stati Uniti puntano a rafforzare un fronte difensivo che renda un’eventuale operazione militare cinese un pantano ingestibile; Bloomberg sottolinea come il pacchetto includa sistemi avanzati in grado di rendere l’isola più resiliente e integrata nella rete militare americana nell’Indo-Pacifico. Per Washington è un investimento per costruire una sorta di Ucraina asiatica; per la Cina, invece, chiaramente l’ennesimo varco alla propria sovranità: la reazione scontata è l’ira, ma la vera posta in gioco è più ampia. Mentre le tensioni economiche accelerano, dagli EV alle catene tecnologiche, il dossier Taiwan diventa lo snodo simbolico di un confronto sistemico; non si tratta solo di potenza militare: conta la percezione della determinazione americana, ed è qui che l’amministrazione Trump vuole mandare un segnale al mondo e a se stessa, dopo mesi di discussioni sulla presunta ritirata strategica Usa. Questo accordo ribalta la narrazione e rilancia la postura interventista americana in Asia (qui l’approfondimento di Bloomberg).
Corruzione militare: la Cina ripulisce l’aeronautica. La campagna anticorruzione nell’aviazione militare cinese, raccontata dal South China Morning Post, è l’ennesimo tassello di un processo più ampio: l’Esercito Popolare di Liberazione non sta soltanto eliminando figure sospette, ma sta ridefinendo standard, filiere, catene di comando e procurement. L’appello pubblico alle talpe è un segnale eccezionale: la trasparenza, almeno interna, diventa arma politica e operativa. Perché proprio l’aeronautica? Perché è il settore che deve garantire deterrenza credibile sul Mar Cinese Meridionale e su Taiwan, quello in cui la qualità delle forniture, dai jet stealth ai sistemi radar, non può essere inquinata da inefficienze, tangenti e favoritismi; la corruzione, oltre a essere deviazione morale, è vulnerabilità operativa e Xi Jinping, che negli ultimi anni ha radicalizzato la politica anticorruzione nelle forze armate, punta ora al cuore tecnologico della difesa cinese. Gli arresti e le epurazioni hanno effetti destabilizzanti nel breve periodo, ma creano standard d’integrità compatibili con l’ambizione di superpotenza (qui l’approfondimento del South China Morning Post).
Thailandia-Cambogia: oltre il confine c’è un fantasma geopolitico. La notizia, riportata su Guancha, di bombardamenti tailandesi su una città di confine piena di casinò cambogiani apre una finestra su un’area apparentemente periferica e, invece, densissima di tensioni: il triangolo Thailandia-Cambogia-Myanmar è un crocevia di economie informali, traffici, milizie locali e giurisdizioni ambigue; i casinò, oltre a generare ricchezza, diventano spesso epicentro di criminalità trans-nazionale, riciclaggio e controllo territoriale. L’impatto umano è pesante: aree abitate trasformate in zone grigie di conflitto a bassa intensità; Bangkok reagisce con forza, Phnom Penh denuncia l’abuso, le testimonianze locali parlano di panico. Dietro questi scambi militari c’è un altro livello: la corsa alle influenze regionali tra Cina, USA e attori locali. La Cambogia è storicamente più vicina a Pechino; la Thailandia più ambigua, ma sensibile al quadro strategico americano (qui l’approfondimento di Guancha). I due attori su una cosa, però, si sono trovati d’accordo ed hanno accettato un team di osservatori ASEAN come parte degli sforzi di de-escalation; l’alleanza tenta di recuperare ruolo nella gestione delle crisi regionali, mentre, negli ultimi anni, è stata schiacciata dalla competizione tra Cina e Stati Uniti. Bangkok e Phnom Penh accettano gli osservatori non per deferenza, ma per convenienza: una tregua mediata dall’ASEAN stabilizza il confine e contiene il rischio di incidenti futuri. Per la Cina, che nella regione ha interessi economici enormi, ogni passaggio verso la stabilità è un valore aggiunto; per l’ASEAN, un’occasione per mostrarsi ancora rilevante (qui l’approfondimento di Global Times).
La Cina si percepisce forte, gli USA come in ritirata. Il New York Times racconta una dinamica che riecheggia in molte capitali asiatiche: Pechino sente che il bilanciamento di potenza sta cambiando e che Washington non è più il gigante inattaccabile di un tempo; tra il ritiro caotico dall’Afghanistan, la fatica istituzionale nel sostenere conflitti multipli e un Congresso in cui la politica estera è ostaggio della polarizzazione interna, la narrazione americana della leadership globale si incrina. La Cina coglie il momento per ampliare spazi diplomatici, mediatici ed economici; non significa che gli Stati Uniti siano deboli: significa che la percezione del loro raggio d’azione si sta comprimendo, e nella geopolitica la percezione è potere quanto gli armamenti. Il rischio è un circolo vizioso: più Washington appare incerta, più crescono le ambizioni cinesi; più crescono le ambizioni cinesi, più Washington reagisce in modo episodico, nervoso, talvolta incoerente. L’Asia osserva e misura: se la credibilità americana vacilla anche solo sul piano simbolico, il gioco delle alleanze si fluidifica. Il NYT descrive una Cina con nuovo slancio, convinta di poter riscrivere il quadro regionale; è un racconto che va preso sul serio: il futuro dell’Asia non si deciderà solo su un campo di battaglia ma anche nella mente dei decisori (qui l’approfondimento del New York Times).
Europa-Cina e l’illusione dell’auto elettrica. Il commento di Bloomberg fotografa con crudeltà un quadro che a Bruxelles fingono di non vedere: l’Europa ha aperto le porte al mercato globale delle auto elettriche scommettendo su un vantaggio tecnologico che, nel frattempo, è evaporato, mentre i marchi cinesi, BYD in testa, hanno scalato la filiera e conquistato economie di scala irraggiungibili per chi resta impantanato tra burocrazia, costi energetici e frammentazione industriale. Il risultato è un’onda d’urto perfetta: prezzi più bassi, modelli più avanzati, capacità produttiva mostruosa. Bloomberg suggerisce che si continui a ripetere la narrativa del dumping, come se il problema fosse la concorrenza sleale; il punto, piuttosto, è che l’Europa non ha costruito la sua risposta in tempo: oggi è costretta a riscoprire l’industria a colpi di dazi e indagini anti-sovvenzioni, quando la partita tecnologica si è già spostata sull’efficienza delle batterie, sul software di bordo, sulla guida autonoma e sulle piattaforme di ricarica integrate: ed è lì che la Cina corre. Il pezzo definisce questa miopia tragica, e lo è: frutto di un decennio in cui l’elettrico era considerato un vezzo, non un pilastro strategico; ora si rischia di perdere intere filiere occupazionali, mentre gli Stati Uniti, pur con ritardi, rafforzano la produzione interna con sussidi giganteschi e clausole protezionistiche. L’Europa risponde lenta, divisa, impaurita (qui l’approfondimento di Bloomberg).
Terre rare, licenze e strategia industriale cinese. Reuters racconta un passaggio decisivo: la Cina snellisce il sistema di licenze per l’export di terre rare. Apparentemente, è un gesto di apertura; in realtà, è un segnale di maturità industriale. La Cina controlla oltre l’80% della capacità di raffinazione mondiale e una quota dominante nella catena a valle per magneti permanenti e componentistica critica; negli ultimi anni, aveva irrigidito lo scambio, spaventando l’Occidente e costringendo USA, Ue e Giappone a cercare alternative. Oggi, quando le alternative sono ancora embrionali, Pechino semplifica; non c’è più bisogno di brandire lo strumento delle restrizioni: basta la forza del mercato. La mossa arriva mentre la domanda globale di magneti cresce a doppia cifra grazie a EV, eolico e difesa; per gli importatori è una notizia positiva nel breve termine: meno burocrazia, più flussi. Ma nel lungo è un campanello d’allarme: se la Cina rende più fluido ciò che controlla, aumenta la dipendenza di chi compra (qui l’approfondimento di Reuters).
Hainan, laboratorio del nuovo libero scambio cinese. Reuters racconta l’avvio di un esperimento gigantesco: 113 miliardi di dollari per trasformare Hainan in un hub di libero scambio a vocazione globale. La logica è semplice e radicale: un’isola che diventa porto franco, zona doganale speciale, incubatore fiscale e ponte geopolitico verso il Sud globale. È un messaggio interno ed esterno: interno, perché la Cina vuole accelerare la ristrutturazione della sua economia orientandola al consumo, ai servizi e all’innovazione, sottraendola alla dipendenza dall’immobiliare; esterno, perché mentre molti Paesi chiudono, Pechino apre. Hainan non è solo turismo e spiagge: è sperimentazione istituzionale; l’idea è testare nuove libertà operative, dazi ridotti, semplificazioni doganali, investimenti cross-border, per poi estendere ciò che funziona in tutta la Cina continentale. In un contesto globale di guerre commerciali e blocchi ideologici, è una risposta asimmetrica: più mercato per rafforzare lo Stato. Se l’esperimento decolla, Hainan diventa il simbolo di un’apertura selettiva che può attirare aziende globali e capitali asiatici; se fallisce, resta un monumento alla complessità del mondo che cambia (qui l’approfondimento di Reuters). Il Global Times celebra queste nuove operazioni doganali speciali come un traguardo storico dell’apertura verso l’esterno; il tono è trionfante: l’isola diventa simbolo della modernizzazione socialista con caratteristiche cinesi, in cui apertura e sovranità coincidono. A differenza dei free trade agreements occidentali, qui l’esperimento è statale e identitario, non liberale: Pechino rivendica la capacità di guidare la globalizzazione dal proprio centro ed in modo socialista, non di subirla. L’elemento interessante è il parallelismo con la fase attuale dell’economia cinese: consumo interno, servizi avanzati, integrazione finanziaria e logistica e connessione con le filiere asiatiche; Hainan è un ponte fisico e simbolico tra il mercato globale e il modello cinese di sviluppo. E mentre l’Occidente discute di protezionismo, le notizie interne cinesi raccontano un Paese che costruisce nuove finestre sul mondo (qui l’approfondimento di Global Times).
India-Cina: visti e segnali di distensione. Reuters riporta una notizia che merita attenzione: l’India snellisce le regole dei visti per i professionisti cinesi; è un gesto piccolo, ma simbolicamente enorme: New Delhi apre uno spiraglio al dialogo pratico. La Cina è partner commerciale essenziale; l’India è potenza emergente che ambisce a diventare alternativa industriale globale. Il riavvicinamento passa dal lavoro: talenti, competenze e trasferimenti di know-how; sullo sfondo c’è l’ombra degli Stati Uniti, che vorrebbero l’India sempre più ancorata al proprio campo strategico. Ma New Delhi gioca su due tavoli: cooperazione economica con Pechino e contenimento politico-militare sul confine himalayano; il segnale dei visti suggerisce che l’India, pur non rinunciando a costruire capacità nazionali, riconosce la forza industriale cinese e la possibilità di usarla a proprio vantaggio (qui l’approfondimento di Reuters).
Venezuela e Cina: l’abbraccio strategico. La dichiarazione di Wang Yi a sostegno del Venezuela, raccontata dal South China Morning Post, riflette una dinamica sempre più chiara: Pechino non arretra dal suo perimetro latinoamericano e usa Caracas come cerniera politica e economica verso un continente in trasformazione; con le sanzioni americane che tornano a stringersi, la Cina si presenta come contrappeso, foro diplomatico e rete di sicurezza. Il Venezuela offre petrolio, minerali e un posizionamento geostrategico essenziale; la Cina offre investimenti, credito, tecnologie energetiche e soprattutto legittimazione internazionale. La partita non riguarda solo i due Paesi, ma il riequilibrio delle sfere d’influenza: la logica di Washington è contenere e disciplinare; quella di Pechino è proteggere e integrare. Il contesto globale, tra nuove rotte del petrolio, terre rare, sanzioni e competizione sistemica, rende Caracas un nodo avanzato della politica estera cinese, e mentre gli USA sperano di sfruttare la fragilità venezuelana, Pechino la converte in stabilità diplomatica. Dietro le parole di Wang Yi si intravede una certezza: la Cina non vede più l’America come arbitro nel proprio emisfero, ma come un soggetto con il quale fare affari; ed è proprio questo che fa saltare i nervi a Washington (qui l’approfondimento del South China Morning Post).
Il tè cinese all’assalto del palato americano. Reuters segnala un trend curioso, ma tutt’altro che marginale: un’ondata di marchi cinesi del tè prova a conquistare il mercato statunitense. Non si parla di bustine da supermercato, ma di un’esperienza culturale riformattata: tè al latte, miscele fruttate, estetica pop, brand identity social; è la logica delle catene, non delle foglie sfuse. Il messaggio è chiaro: la Cina non esporta solo prodotti, esporta gusti, stili, abitudini; in un’America dominata dal caffè e dalle grandi catene occidentali, la sfida è far entrare nel consumo quotidiano un immaginario diverso, giovane, colorato. L’esperimento è rischioso, ma potenzialmente enorme: il tè cinese ha una profondità storica che si sposa con il marketing contemporaneo. Ed è un altro esempio della trasformazione dell’export cinese: meno componenti industriali invisibili, più brand riconoscibili. L’idea che la Cina possa influenzare la cultura pop americana attraverso un bicchiere di tè sembra esagerata, ma ogni rivoluzione è iniziata così; dietro, c’è anche un effetto simbolico: la Cina non vuole essere solo fabbrica del mondo, ma anche esportare moda e cultura. Il tè delle 17.00 sarà il nuovo Labubu? (qui l’approfondimento di Reuters).










