L’ISDF, think tank israeliano di estrema destra composto da circa 35mila ex militari e riservisti, ha di recente varcato la soglia del Parlamento europeo. L’obiettivo? Intessere e rinforzare le relazioni con diversi membri del PPE, risalendo la catena di comando fino ai vertici Ue, come Andrius Kubilius, Commissario europeo per la difesa e lo spazio e la nostra amatissima vice-presidente del Parlamento Europeo Pina Picierno. Si è trattato certamente di un incontro tra gentiluomini, soprattutto quando i membri del think tank dichiarano candidamente i loro veri interessi politici e si definiscono “un gruppo di oltre 35.000 ufficiali di riserva e operativi provenienti da tutte le branche delle forze di sicurezza israeliane, impegnati a guidare la narrazione delle esigenze di sicurezza nazionale di Israele e a garantire che la sicurezza di Israele nella patria del popolo ebraico non sia mai data per scontata”; “Al centro dell’IDSF” si legge ancora “c’è la convinzione che la sicurezza di Israele debba essere ancorata alla sua capacità di proteggersi da sola, contrastando attivamente le minacce alla sua sicurezza. Riconosciamo che la lotta all’antisemitismo e al sentimento anti-israeliano, sia a livello nazionale che internazionale, è parte integrante della garanzia della sicurezza di Israele”.
In pratica, la solita solfa: un gruppo politico-militare israeliano di estrema destra, che sfrutta volutamente l’equazione tra anti-sionismo e anti-semitismo guadagnando una straordinaria influenza trasversale nel panorama Ue attecchendo non solo nella brodaglia autoritaria, ma persino in ambienti di sedicente sinistra, come appunto quel PD rappresentato da Picierno, pizzicata a incontrarsi di nascosto con ISDF in un’inchiesta di Follow The Money, sito olandese di gran lunga più serio dei grandi quotidiani nostrani. Mentre Corriere e La Repubblica sono affaccendati a dedicare interviste a Picierno un giorno sì e l’altro pure sull’Ucraina, Follow The Money e la testata Valori.it chiedono conto alla deputata della natura dell’incontro con la lobby israeliana, ricordando come la sua registrazione sia avvenuta con grande ritardo; nonostante Picierno si sia difesa, il ritardo nella tracciabilità dell’incontro, visto il bagno di sangue in Palestina, solleva più di un sospetto: non sarà magari che esiste una fantomatica lobby, per di più sionista?
In questa puntata, grazie all’ottimo lavoro di ricostruzione del nostro Matteo Andriola e alla rielaborazione del collettivo Ottosofia, esploreremo gli intricati rapporti lobbistici che si sviluppano tra le due sponde dell’Atlantico tra Ue e USA: andando oltre il singolo incontro tra ISDF e Picierno, scopriremo quanto è profonda la tana del bianconiglio, soprattutto quando quest’ultimo sventola bandiera israeliana e scava a tal punto da minare l’autonomia democratica dell’Occidente neoliberale.
A differenza dell’accezione italiana, all’estero fare lobbying – il lobbismo – non è una parolaccia, né un’attività illecita: nei Paesi anglosassoni, ad esempio, ammettere gruppi di interessi economici nei luoghi dove si presentano le leggi è prassi politica riconosciuta da secoli; non è un caso, quindi, che la tradizione anglofona di accogliere lobbisti nelle stanze dei bottoni sia stata trasmessa al più grande capolavoro politico statunitense dal dopoguerra: l’Unione europea. Fare lobbying, a Washington come a Bruxelles e Strasburgo, significa influenzare gli orientamenti e le scelte del decisore pubblico, sia su temi quotidiani (pensiamo alle battaglie delle associazioni dei consumatori) che su azioni strategiche di ampio respiro; ovviamente, come per tutte le dinamiche di potere, occorre fare attenzione alle proporzioni del fenomeno e ai pesi dei protagonisti in gioco. Dietro alle piccole pressioni legittime delle associazioni di consumatori, spesso si nascondono enormi kraken: dalle lobby dell’azzardo a quelle del tabacco, dalle fabbriche di armi alle multinazionali del farmaco, ci troviamo di fronte a organizzazioni tentacolari e pervasive capaci di impiegare la loro immensa potenza di fuoco economico per attirare a sé gruppi politici da ogni schieramento, bloccando procedimenti che potrebbero danneggiarne i profitti o incentivando rapine legalizzate ai danni dei dipendenti e lavoratori spacciate per innovazioni o provvedimenti per l’interesse e la sicurezza collettivi.
Così, se in sede europea, dal 7 ottobre 2023, non si sono registrate che timide prese di posizione e innocui pigolii contro il mattatoio sionista avviato nella striscia di Gaza, questo può essere un indizio di quanto il lobbismo di think tank come ISDF stia procedendo senza intoppi e qui non si tratta, badate bene, di becero cospirazionismo antisemita alla Protocolli dei Savi di Sion, ma di gruppi di interesse regolarmente (o quasi) registrati che possono attraversare a piacimento le porte girevoli del Parlamento Europeo arrivando fino in Commissione. Si tratta di gruppi d’interesse filo-israeliani che influenzano i parlamentari o i commissari tramite organizzazioni, associazioni e individui legati dal comune interesse di incidere sulle istituzioni legislative, sull’industria mediatica, sullo spettacolo e le arti, sull’opinione pubblica e le relazioni internazionali, per mettere vento in poppa a politiche filoisraeliane saldando l’interesse di Tel Aviv con quello delle élites a Bruxelles, Londra e Washington.
La tana del bianconiglio delle lobby israeliane, a guardarla da vicino, assomiglia a un gigantesco tunnel sottomarino che unisce le due sponde dell’Atlantico: negli Stati Uniti, il radicamento dei gruppi di interesse sionisti risale addirittura al 1953, con l’American Zionist Committee for Public Affairs fondato da Isaiah L. “Si” Kenen, finanziato dalla sua creazione sino agli anni sessanta dal governo israeliano. Ma è a partire dal decennio successivo che l’influenza filo-israeliana alza il tiro: le analisi di George Friedman, nel noto saggio The Israel Lobby in U.S. Strategy, fanno risalire al 1967 la vera e propria messa in moto delle politiche USA a favore di Israele, supportate da pesanti manovre economiche che nel 2004 arrivano a sfondare l’equivalente di 140 miliardi di dollari; dal 1976, Israele diventerà non a caso lo stato estero più pagato dagli USA, che gli destineranno la bellezza di 3 miliardi di dollari l’anno, una sorta di tassa sionista pagata da Washington ancora ai giorni nostri e certo non diminuita a seguito del genocidio avviato il 7 ottobre.
Basta seguire il noto suggerimento, titolo della rivista olandese che ha inguaiato Picierno, follow the money! (seguire i soldi) per ricostruire con precisione l’immensa rete di tunnel, cunicoli e snodi che costituisce ad oggi l’intrico di lobby sioniste negli Stati Uniti. Ci hanno pensato, sfuggendo a tentativi di censura accademica e a vere e proprie campagne diffamatorie, i professori John Mearsheimer della University of Chicago e Stephen Walt dell’Università di Harvard con un articolo del 2006 dal titolo abbastanza eloquente: The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy. Il lavoro, pubblicato dalla London Review of Book e base per una serie di saggi successivi, parte da una domanda politicamente scorretta, specie se formulata dopo l’11 settembre 2001, in piena fase di guerra al terrorismo: “Perché gli Usa hanno messo da parte la propria sicurezza e quella di molti dei loro alleati per promuovere gli interessi di un altro Stato?”. La risposta, argomentata in 83 pagine, è la profonda influenza dei gruppi di pressione filo-israeliani negli USA sulla politica estera americana che, secondo gli autori, si è rivelata non solo inutile, ma addirittura dannosa, esponendo gli Stati Uniti a un maggior pericolo di attentati terroristici e a una maggiore opposizione delle realtà politiche mediorientali. Il gruppo di lobby tratteggiato da Mearsheimer e Walt è impressionante: comprende l’American Israel Public Affair Committee (AIPAC, la più potente lobby al Congresso); la Conferenza dei presidenti delle Organizzazioni ebraiche, il Jewish Institute for National Security Affairs, il Washington Institute for Near Easterns Policy e i Christian Zionists. Questi gruppi, in costante collegamento con i più alti dirigenti israeliani, lavorano perché la politica USA sia funzionale agli obiettivi di Tel Aviv con ogni mezzo necessario: dalla capacità di premiare con fondi e voti i deputati simpatetici e punire quelli contrari, passando per l’influenza sulla stampa, nelle università, con la sempreverde accusa di antisemitismo a chi muove anche solo timide critiche alle politiche israeliane. Una macchina perfetta e ben oliata in grado di far raggiungere al blocco sionista obiettivi invidiabili: la pressione delle lobby, ricordano gli autori, è stata “un fattore critico” nell’invasione dell’Iraq nel 2003, motivata non dal petrolio, ma dall’idea di aumentare la potenza strategica di Israele. In tempi più recenti, i gruppi di interesse sionisti avrebbero spinto l’amministrazione Bush a scaricare Arafat e sostenere la politica di Sharon – e oggi, aggiungiamo, quella di Netanyahu, visti i legami fra Christian Zionist e Donald Trump – con la richiesta implicita che “l’America aiuti Israele a restare la potenza regionale dominante”.
Visto quanto succede negli USA, avrete già intuito quanto il network sionista sia ben radicato anche nel “promontorio dell’Asia” e tra i vertici dell’Unione europea, grazie soprattutto a due grandi lobby: il Transatlantic Institute e l’ELNET; la prima delle due è anche la più nota e influente filiale dello statunitense American Jewish Commitee, con sede a Bruxelles, diretto da Benedetta Buttiglione, figlia dell’ex ministro democristiano Rocco. A questa si collega il Transatlantic Friends of Israel, comitato regolarmente registrato con tanto di sito ufficiale, che coinvolge la bellezza di 230 europarlamentari e membri del Congresso USA: fra i 33 italiani del comitato, oltre alla già nota Pina Picierno, incontriamo Piero Fassino, Ettore Rosato ed Elena Bonetti di Azione, Simonetta Matone per la Lega, Deborah Bergamini per Forza Italia e un drappello di Fratelli d’Italia guidato dal senatore Marco Scurria, presidente della sezione italiana. Del direttivo dell’European Friends of Israel faceva parte, tra gli altri pesi massimi, anche Antonio Tajani, attuale ministro degli Esteri italiano, già commissario europeo e presidente dell’Europarlamento
Se il Transatlantic Institute trova la propria massa critica nei gruppi parlamentari, ELNET trova la propria ragion d’essere nei collegamenti tra vertici europei e israeliani: l’European Leadership Network è una lobby specializzata in organizzazione e finanziamento di viaggi di parlamentari in Israele, costituendo de facto la sezione Ue dell’americana AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), citata da Mearsheimer e Walt; oltre alle mete culturali, i viaggi organizzati prevedono succosi incontri istituzionali con i vertici militari e istituzionali dell’establishment di Tel Aviv. ELNET ha sedi in tutta Europa e ha recentemente aperto due sedi in Italia – a Milano e a Roma – dove vengono tenute conferenze pubbliche a cui partecipano politici di tutti gli schieramenti e funzionari dei servizi di sicurezza; le sue iniziative, sostiene il suo sito ufficiale, sono “ispirate al sogno europeo (non è chiaro se quello di Spinelli o Benigni), sono saldamente radicate nella promozione della libertà, della giustizia e della pace. Il nostro lavoro si concentra sulla politica estera e di sicurezza, sulla lotta a tutte le forme di antisemitismo secondo la definizione dell’IHRA e sulla promozione dell’innovazione per un mondo migliore”. Quest’ultima definizione non è casuale, dato che prevede una definizione di antisemitismo piuttosto ampia che include le critiche al sionismo, quale ideologia e progetto coloniale, al punto da affibbiare l’etichetta di antisemita ad attivisti ebrei come Norman Finkelstein o Moni Ovadia; queste accuse di antisemitismo mettono le ali, giungendo oltre la Manica sulla testa di pezzi grossi britannici come l’ex leader Jeremy Corbyn, poi ridimensionato a favore di una luna di miele tra ELNET e la nuova leadership laburista inglesi: nel 2024, Declassified UK scrisse che i lobbisti pro-Israele, tra cui ELNET, avevano donato a 13 dei 25 membri del gabinetto laburista “da quando sono stati eletti per la prima volta al parlamento”, supportando personaggi come il primo ministro Keir Starmer, il ministro degli esteri David Lammy e Jonathan Reynolds, colui che “supervisiona le esportazioni di armi verso Israele come segretario al commercio del Regno Unito”.
E come l’ELNET UK intrattiene rapporti col Labour Party attraverso il Labour Friends of Israel, nato nel 1957 durante la Conferenza annuale laburista e descritto come “gruppo di pressione con sede a Westminster che lavora all’interno del Partito Laburista britannico per promuovere lo Stato di Israele”, in Italia non mancano gruppi affini nel centrosinistra, come Sinistra per Israele, tutt’oggi presieduta dall’ex parlamentare del PD Emanuele Fiano ed estremamente influente nei media mainstream. Sinistra per Israele è una sigla storica creata dopo la Guerra dei sei giorni del 1967 da Giuseppe Franchetti e l’allora sindaco di Milano del PSI Aldo Aniasi: inizialmente era formata praticamente solo da socialisti e motivata dal fatto che anche nel PSI (e non solo nel PCI) dopo la Guerra dei sei giorni si erano registrate forti critiche a Israele, incarnate in importanti esponenti della sinistra socialista come De Martino, Basso, Achilli e Bocca; la corrente che faceva capo a Pietro Nenni si mantenne, invece, sempre filoisraeliana, influenzando inizialmente anche il pupillo Bettino Craxi anche se poi, morto Nenni nel 1980, gradualmente il neosegretario sposò la causa palestinese e la politica mediterranea e filoaraba inaugurata da politici democristiani come Amintore Fanfani, Aldo Moro, Giorgio La Pira ed Enrico Mattei. Nel 2005, dopo anni di alterne fortune, Sinistra per Israele avrebbe battezzato l’associazione politica omonima: l’allora segretario DS Piero Fassino (Transatlantic Friends of Israel), assieme all’ex direttore dell’Unità Furio Colombo, presentano al popolo di sinistra l’associazione Sinistra per Israele che, grazie ad Emanuele Fiano, già presidente della comunità ebraica di Milano nonché deputato PD dalla XV alla XVIII legislatura, è diventata non solo parte integrante del serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD, ma molto attiva fra l’elettorato piddino per propagandare le ragioni d’Israele anche (e soprattutto) per ridimensionare e minimizzare la strage messa in campo da Israele a Gaza dopo il 7 ottobre 2023.
Siamo arrivati alla fine della tana del bianconiglio – o, almeno, al fondo dei suoi tunnel più evidenti e meno sotterranei: l’incidente che ha coinvolto Picierno non è quindi rilevante di per sé, ma spia essenziale della connessione problematica e tentacolare tra grandi capitali filo-israeliani ed élite dell’Occidente collettivo. Di fronte a un’Unione europea sottoposta a tante e forti pressioni di lobby sioniste, per quanto regolarmente registrate, e di fronte a un mattatoio a cielo aperto su Gaza che procede incessante da quasi due anni, l’unica risposta razionale deve essere mandarli #tuttiacasa!










