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Meloni e liberali vogliono far pagare il protezionismo di Trump ai lavoratori italiani

Liberali nel panico: i dazi annunciati durante il Liberation Day da Donald Trump mettono la parola fine a 50 anni di globalizzazione neoliberista e al sistema fondato sulla dittatura del dollaro

OttolinaTV by OttolinaTV
08/04/2025
in Cina, Economia, Europa, I Pipponi del Marrucci, In evidenza, Italia, U.S.A.
2

La più grande guerra commerciale degli ultimi 100 anni e la morte assistita della dittatura del dollaro: la shock therapy annunciata da Trump chiude definitivamente i conti con 50 anni di globalizzazione neoliberista. Non è una scelta indolore: è il tentativo disperato di avviare una trasformazione radicale del capitalismo globale per salvare i privilegi dell’impero giocando d’anticipo: la mission impossible di Trump è mantenere il dollaro come valuta di riserva globale e, allo stesso tempo, ricostruire una base industriale che permetta agli Stati Uniti di giocarsela più o meno alla pari con la superpotenza manifatturiera cinese, due esigenze intrinsecamente inconciliabili; lo status di valuta di riserva globale implica un dollaro forte e tassi di interesse relativamente elevati. Per Make America Great Again serve esattamente il contrario, a meno che non si riesca a convincere il resto del mondo a truccare le carte per fare un altro gigantesco favore a Washington e a Wall Street un po’ come è avvenuto in passato con i famigerati accordi del Plaza, quando Giappone e potenze manifatturiere europee si inchinarono di fronte al volere degli USA e decisero di affossare le loro economie aumentando in modo artificiale le loro valute, senza minimamente approfittarne per assestare un colpo alla dittatura del dollaro: il Giappone pagò quel simpatico accordo con 30 anni di stagnazione economica. Succede, quando le tue élite sono state selezionate in base alla fedeltà all’occupante; a questo giro, però, il Giappone si chiama Cina e la classe dirigente è stata selezionata all’interno di un partito rivoluzionario da 100 milioni di iscritti e i piedi ben saldi nella scienza marxista.

Il piano di Trump potrebbe non essere esattamente realistico, diciamo, ed è anche difficile pensare che non lo sappia anche da solo: quindi, ha deciso deliberatamente di andare a sbattere contro un muro? Non esattamente, perché anche Trump ha il suo Giappone… Ed è l’Unione europea e la sua classe di amministratori coloniali, che si stanno comportando esattamente secondo i piani: da un lato ci sono i servitori fedeli, come la nostra Georgie dai biondi capelli dorati, che, in mezzo alla tempesta, continua a vedere un mondo di rose fiorito, ma senza spine che pungono il dito; nonostante il suo sogno di ricavarsi un ruolo di interlocutore privilegiato si sia andato a schiantare contro tariffe enormi (che, dopo 24 mesi di calo continuativo della produzione industriale, finiranno di radere al suolo quel che rimane dell’economia italiana), Georgie cerca comunque di fare leva sul fascino che Trump, nonostante tutto, continua ad esercitare sul suo elettorato criptofascista, che è pronto ad abbonargli la qualunque, basta che continui a ricorrere alle solite armi di distrazioni di massa (dal gender al green, passando per il contrasto al piano Kalergi e al Protocollo dei savi di Sion). “Non è la catastrofe che alcuni stanno raccontando”, minimizza Georgie, tanto che l’Italia dovesse diventare una repubblica fondata sugli airbnb, la pizza gourmet e i lavoretti di merda era già nei piani, diciamo.

I mercati, però, sembrano pensarla diversamente e vedono chiaramente l’Italia come l’anello in assoluto più debole: già ieri Milano, con un bel – 3,6%, è stata la piazza più penalizzata d’Europa, ed era solo l’antipasto; oggi, mentre scrivo questo pippone, siamo in zona – 7,5%. D’altronde, tra le forze politiche mainstream non sembra esserci nessunissima alternativa allo status quo: il PD dei militanti nopax e serrapiattisti continua a sostenere il furto di 800 miliardi dal welfare e dal sostegno all’economia per gonfiare una bolla speculativa basata sull’industria bellica che offra su un piatto d’argento una exit strategy profittevole alle oligarchie finanziarie in fuga dalla bolla di Wall Street. In realtà, la fine della globalizzazione neoliberista sarebbe un’opportunità senza precedenti; il problema è che, per coglierla, l’Italia dovrebbe essere rigirata come un calzino da una vera e propria rivoluzione: distruggere il pilota automatico neoliberista dell’Europa di Maastricht per rilanciare i consumi interni, a partire dal welfare e da una vera politica industriale, e tagliare il cordone ombelicale che ci tiene ancorati al vecchio mondo per tornare a costruire un futuro di sviluppo, di ricchezza e di cooperazione con i protagonisti del nuovo ordine multipolare. E, per farlo, dobbiamo prendere le nostre élite economiche e politiche e mandarli #tuttiacasa.

Alla fine Re Donald l’ha fatto davvero: ha letteralmente scassato tutto, oltre ogni aspettativa. I dazi annunciati martedì durante il cosiddetto Liberation Day mettono probabilmente definitivamente la parola fine a 50 anni di globalizzazione neoliberista e al sistema fondato sulla dittatura del dollaro: altro che BRICS! Altro che Kazan! Re Donald spiazza tutti e la dedollarizzazione se la fa da solo. E’ la pietra tombale sull’egemonia USA o, più semplicemente, la presa d’atto che quella egemonia, dopo la disfatta nella guerra per procura in Ucraina e in quella tecnologica contro la Cina, non esiste già più di fatto ed è arrivato il momento di fare l’ultimo disperato tentativo di cambiare tutto affinché nulla cambi. Ridurre ad un unica dimensione la storica partita a scacchi avviata da Trump contro il resto del mondo sarebbe fuorviante; sicuramente sul piatto c’è il tentativo di attrarre investimenti per tornare ad essere una potenza manifatturiera (come anche la volontà di scaricare sui partner commerciali una parte del costo del deficit USA), ma visto che, negli ultimi 50 anni, lo strumento principale attraverso il quale gli USA hanno rapinato indiscriminatamente il resto del pianeta è stato il monopolio sulle istituzioni finanziarie globali e la dittatura del dollaro, inevitabilmente i riflettori devono essere puntati prima di tutto lì.

Che qualcosa di grosso stava bollendo in pentola lo abbiamo capito all’inizio della settimana: se c’è stato un simbolo del dominio dell’iper-finanziarizzazione incentrata sul dollaro e sulla rapina sistematica dell’intero pianeta per gonfiare la bolla speculativa USA, quel simbolo è sicuramente BlackRock e il suo fondatore, Larry Fink, che si è ritagliato un ruolo da amministratore delegato non solo del più grande istituto finanziario della storia dell’umanità, ma (più in generale) di tutte le oligarchie parassitarie del pianeta e che lunedì scorso, così, en passant, come se niente fosse, ha lanciato una vera e propria bomba a mano. “Gli Stati Uniti hanno beneficiato del fatto che il dollaro fungesse da valuta di riserva mondiale per decenni” ha scritto nella sua annuale lettera agli investitori, ”ma non è detto che duri per sempre”; un eufemismo per lanciare un messaggio chiaro, poi ribadito in mille modi diversi in tutte le 27 pagine della lettera: il vecchio meccanismo di accumulazione capitalistica è arrivato al capolinea. Bisogna inventarsi qualcosa di totalmente diverso: per BlackRock quel qualcosa di nuovo si chiama credito privato e, cioè, estendere la loro presenza oltre i mercati delle azioni e delle obbligazioni fin dentro la proprietà delle aziende private non quotate, alla caccia di una fetta dei 68 mila miliardi che Fink stima servano per dotare il pianeta di infrastrutture all’altezza dei tempi. E poi si chiama Europa: “Negli ultimi dieci anni” sottolinea Fink “le prospettive economiche dell’Europa sono state persistentemente pessimistiche”; in particolare, secondo Fink (che sembra un po’ il ghost writer di San Mario Pio da Goldman Sachs ed Enrico Letta che stranamente, anche a questo giro, si trovano completamente allineati con la finanza USA), a penalizzarla sarebbe stata la frammentazione del mercato interno. Fortunatamente però oggi, continua Fink, la classe dirigente europea sembra pronta a rimuovere queste barriere e questo, da solo, potrebbe comportare un aumento della produttività che il Fondo Monetario Internazionale ha stimato nell’ordine del 7%. Adoro questi corto circuiti… Spingere per una maggiore integrazione dei mercati favorisce la finanziarizzazione; ed è sempre la finanziarizzazione che permette un aumento della produttività di quella entità che, però, è soltanto sulla carta, fittizio: non c’è nessuna maggiore capacità produttiva, come sanno bene gli USA costretti a correre ai ripari. C’è solo una maggiore capacità di creare ricchezza fittizia attraverso l’economia di carta.

Insomma: è una profezia che si auto-avvera, che rende contenti gli investitori, ma che invece di contribuire alla crescita dell’economia reale, ne accelera il declino; mettendo l’accento su queste due nuove incredibili opportunità – la privatizzazione dei monopoli naturali globali e la nascita di una nuova bolla speculativa in Europa – sostanzialmente Fink stava cercando di mettere le mani avanti. Se, fino ad oggi, mi avete consegnato il grosso dei vostri risparmi perché li mettevo in buona parte nelle mega corporation tecnologiche statunitensi quotate al NASDAQ ed ero in grado di garantirvi che quelle azioni sarebbero continuate a crescere a oltranza, ora che Trump si appresta a far crollare tutto il castello non vi impanicate: continuate a darmi i vostri risparmi, che per ogni porta che si chiude c’è un portone che si apre; anzi, sottolinea Fink, dovete darmene ancora di più. Anche voi: quell’americano su 3 che dichiara che non sarebbe in grado di affrontare una spesa imprevista di 500 dollari, deve capire che se non mi dà a me da gestire i pochi spiccioli che riesce a mettersi da parte, in futuro potrebbe pentirsene. Facciamo che costruisco fondi pensionistici che prevedono che, in caso di emergenza, si possono ritirare fino a 2500 dollari e siamo pari. Oppure, fatevi i baby bonds, i fondi da aprire a vostro figlio appena nasce, così quando arriva a 96 anni se la potrà spassare (almeno nell’ipotesi del tutto irrealistica che, come per magia, nei prossimi anni 96 anni non ci siano altre millemila crisi devastanti come quelle che ormai si presentano con distanza l’una dall’altra sempre più ravvicinata. “Il ritorno” sottolinea Fink “non è solo finanziario”, perché “quando le persone possiedono un pezzo dell’economia, non si limitano a beneficiare della crescita. Ci credono”. Esattamente come durante l’era delle grandi liberalizzazioni ci hanno insegnato a vederci come consumatori e non come lavoratori, ora provano a insegnarci a vederci come speculatori e non più né lavoratori, né consumatori, mentre la finanziarizzazione, come le liberalizzazioni, alla fine, non fanno che accelerare il trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto.

Le rassicurazioni di Fink non potevano arrivare in un momento migliore; dopo appena 48 ore, la shock therapy per l’intera economia globale annunciata da Trump ha innescato il più massiccio crollo dei titoli azionari di tutto il pianeta: i mercati azionari USA da soli hanno bruciato circa 5 mila miliardi. A guidare questa portentosa correzione (che sa di disfatta) proprio i titoli che negli ultimi 15 anni hanno rappresentato il fulcro dell’imperialismo finanziario USA: quelle magnifiche 7 che, da sole, capitalizzano più di tutte le borse europee messe assieme e che avevano raggiunto lo status di asset sicuri per eccellenza, più degli stessi titoli del tesoro USA. Ovviamente, non si tratta di un incidente e nemmeno di un effetto collaterale: si tratta, senza mezzi termini, della morte del vecchio sistema; e la reazione della nostra classe dirigente è tra il patetico e il criminale.

I liberali sono nel panico: Francesco Giavazzi, qualche giorno fa, invitava a rispondere alla svolta protezionista di Trump svalutando l’euro sul dollaro; da allora s’è rafforzato di quasi 2 punti e mezzo. Rimane il mistero del perché un uomo anziano e benestante, dopo essere diventato lo zimbello della gente comune per le sue tesi paradossali sull’austerità espansiva, proprio ora che cominciavamo a dimenticarlo abbia voluto imporsi di nuovo sul dibattito pubblico con un’altra inevitabile gigantesca figura di merda: Carlo cacarellando Calenda ha postato un video esilarante dove proponeva con tono messianico ricette economiche che, fino a ieri, etichettava con i suoi 4 amici al bar e sui media (che, inspiegabilmente, continuano a trattarlo come se fosse popolare e autorevole) come deliri ideologici di 4 complottisti filo-putiniani.

Ma la meglio di tutte rimane comunque Georgie dai biondi capelli dorati, che in mezzo al più grande terremoto economico da quando Nixon annunciò la fine del gold standard sembra calata da un altro pianeta: “Una scelta sbagliata, ma niente allarmismi” ha dichiarato; “non è una catastrofe”. Georgie vorrebbe affrontare la più grande trasformazione capitalistica dell’ultimo mezzo secolo spuntando qualche esenzione per la provola affumicata di Agerola e per la nduja pastorizzata di Vibo Valentia; in realtà, tra il patetico appecoramento di Georgie e il profluvio di essenza di lacrime di liberale, il terremoto scatenato da Trump rappresenta un’occasione storica per ricostruire il nostro sistema malato dalle fondamenta. Per farlo, dovremmo azzerare una per una tutte le scelte imposte dalla controrivoluzione neoliberista e che hanno ridotto a zero la nostra capacità di esercitare una qualunque forma di sovranità popolare e democratica, a partire dall’indipendenza delle banche centrali e la sottomissione degli Stati agli umori delle oligarchie finanziarie. Che a farlo possa essere una classe dirigente attentamente selezionata negli ultimi decenni in base alla sua volontà di servire Bruxelles, Washington e Wall Street a prescindere dagli interessi nazionali, mi sembra piuttosto difficile e quindi, molto semplicemente, vanno mandati subito #tuttiacasa.

Il partito unico dell’eversione anticostituzionale, al servizio della grande finanza e tutte le istituzioni costruite a sua immagine e somiglianza, sono un cancro maligno da asportare con ogni mezzo necessario per riaffermare i principi della carta costituzionale, che torna ad essere oggi l’unica vera via d’uscita dal tentativo di Trump di farci pagare il disastroso fallimento dell’imperialismo USA; per farlo, abbiamo bisogno come il pane di un vero e proprio media che dia voce agli interessi del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Carlo cacarellando Calenda

 

 

Tags: dazidonald trumpi pipponi del Marrucciprotezionismo
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Comments 2

  1. domenico says:
    1 anno ago

    Agèrola, non Ageròla. Per il resto mi pare ci sia poco da commentare. Grazie direttore et unico leader!

    Rispondi
  2. domenico says:
    1 anno ago

    Agèrola, non Ageròla. Per il resto mi pare ci sia poco da commentare. Grazie direttore et unico leader!

    Rispondi

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