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Tag: presidente

Kabala Harris: se la propaganda liberale spaccia una sicaria del capitale per un’icona progressista

Tutti pazzi per Harris (Repubblica); Kamala sprint (La Stampa); Una candidata per ridare energia (Il Manifesto); “Quella ragazzaccia indipendente che punta su donne e minoranze” (La Stampa) e che ora “può vincere”. Oooh! Finalmente agli analfoliberali è tornata un po’ di verve, quel tipico sorriso ebete stampato sul volto di chi campa di wishful thinking e di aperitivi accompagnati da stuzzichini esotici sulle terrazze parioline della grande bellezza. Ci mancava, perché ultimamente li vedevo un po’ depressini, così depressi da bersi addirittura “la storia di Biden rimbambito” che, come sottolineava ancora una decina di giorni fa un sempre più profetico Jacopo Iacoboni, non è altro che “propaganda russa assecondata stolidamente in Occidente” e cominciare addirittura a pensare che dopo che era fallito una specie di semigolpe giudiziario e, addirittura, un vero e proprio attentato, per Sleepy Joe forse le chance cominciavano a diventare scarsine ed era arrivata l’ora di dedicarsi ad attività più consone; voi ci ridete, ma mica è un dramma da poco: il loro pimpantissimo leader maximo aveva annunciato con enfasi l’uscita di scena prima di Assad e poi – addirittura – di Putin e ora invece, mentre Assad e Putin sembrano più in forma che mai, toccava ingoiare l’idea che ad uscire di scena fosse proprio lui. Destino ingrato…

Sleepy Joe durante un’attività consona

Fortunatamente, però, si è trattato di uno psicodramma passeggero; fatto fuori un Papa del culto analfoliberale, se ne fa un altro: ed ecco così che è bastato passare il testimone alla vice che ecco che torna tutta la carica di entusiasmo ingiustificato dei tempi migliori, di quando si sognava Trump in galera, la Siria in mano alle fazioni democratiche e progressiste dell’ISIS e il battaglione Azov al Cremlino. E poco importa che la Harris, da procuratore generale della California, infangava le indagini contro i poliziotti razzisti che facevano il tiro al piccione contro le minoranze etniche o che dava una mano all’ex segretario al tesoro dell’amministrazione Trump Steven Mnuchin (che contraccambiava finanziando la sua campagna): erano gli anni della grande crisi immobiliare e, con l’aiuto del governo federale, il braccio destro di quello che poi diventerà il presidente del popolo, Donald fofata Trump, si era comprato OneWest, una piccola banca regionale che aveva in pancia una montagna di mutui elargiti alla membro di volatile a persone che non avevano i requisiti per riuscire a ripagarli. La Federal Deposit Insurance Corporation, allora, garantiva a queste banche lauti risarcimenti per le loro perdite, ma solo a condizione che seguissero determinate procedure di pignoramento; la OneWest invece, a quanto pare, usava metodi più vicini ad Al Capone che a una banca ricompensata con soldi pubblici. Gli assistenti della Harris le hanno più volte sottoposto il caso invitandola ad aprire un’indagine, ma la Harris se n’è felicemente sbattuta i coglioni e poi ha fatto di tutto per infangare la faccenda: aveva altro a cui pensare – o meglio, a cui fare in modo di non pensare, che era ancora più difficile.
La Harris, infatti, è stata prima procuratore distrettuale a San Francisco e poi procuratore generale della California esattamente negli anni d’oro della costruzione dei grandi monopoli tecnologici. Era appena passata la grande crisi finanziaria del 2008, BlackRock e Vanguard si dovevano ancora affermare e il cuore pulsante del capitalismo oligarchico made in USA si era trasferito baracca e burattini nella Silicon Valley, dove stava trasformando un nuovo immenso mercato in un nuovo sistema feudale: il tecnofeudalesimo di cui parla anche Varoufakis; e la Harris era lì, ad assistere impassibile, anche quando Facebook si comprava prima Instagram e poi Whatsapp, senza che le venisse mai in mente di usare il suo potere per ostacolare la creazione di uno degli oligopoli più distopici dell’intera storia del capitalismo. Anzi, “Siamo una famiglia” affermava nel 2013 rivolta ai massimi manager di Google; e la famiglia si vede nel momento del bisogno: da allora i principali oligarchi della Silicon Valley sono sempre stati tra i massimi sponsor dell’ascesa politica della Harris e – anche a questo giro – non hanno fatto mancare il loro sostegno. Nell’arco di poche ore dall’annuncio della mancata ricandidatura di Biden, i comitati elettorali della Harris si erano già visti recapitare milioni su milioni di dollari da personaggi come Reid Hoffman, tra i fondatori di Paypal, di Linkedin e anche di OpenAI, tutte operazioni che ha condotto fianco a fianco del suo socio e fraterno amico Peter Thiel, l’ideologo multimiliardario dell’anarco-capitalismo che ha ispirato e allevato il vice di Trump JD Vance. Riusciranno – anche a questo giro – i nostri enfant prodige della propaganda analfoliberale a spacciare per progressista e alternativa al trumpismo un personaggio come la Harris, che del trumpismo condivide il 99,9% delle cose che contano davvero e si distingue soltanto per la posizione su alcune armi di distrazione di massa e per i gruppi di interesse ai quali deve rendere immediatamente conto? Prima di inoltrarci oltre nella storia oscura del nuovo angelo salvatore dell’analfoliberismo globale, vi ricordo però di mettere un like a questo video per permetterci, anche oggi, di combattere la nostra guerra quotidiana contro gli algoritmi e (se ancora non lo avete fatto) anche di iscrivervi a tutti i nostri canali social e di attivare tutte le notifiche: a voi costa soltanto pochi secondi del vostro tempo, ma per noi che non abbiamo né Peter Thiel né Reid Hoffman in paradiso, fa davvero la differenza.

Kabala Harris

“Da bambina, non ho mai venduto biscotti degli Scout. Piuttosto, andavo in giro con una scatola del Fondo Nazionale Ebraico, per piantare alberi in Israele” (Kamala Harris, 2017, conferenza politica dell’AIPAC); prima di giocare allo sbirro buono in occasione dello sterminio dei bambini palestinesi a Gaza, per cercare di ingraziarsi il sostegno delle minoranze indignate di fronte alla complicità USA nei confronti del primo genocidio in diretta streaming, Kabala Harris non si era mai sottratta dall’ostentare tutto il suo sostegno incondizionato al regime di apartheid israeliano: “La prima risoluzione che ho co-sponsorizzato come senatore degli Stati Uniti” sottolineava enfaticamente nel 2017 davanti ai membri della potente lobby sionista dell’AIPAC “è stata quella di combattere i pregiudizi anti-israeliani alle Nazioni Unite e riaffermare che gli Stati Uniti cercano una pace giusta, sicura e sostenibile”. Nel 2016, infatti, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva adottato una risoluzione storica che (finalmente) ammetteva che gli insediamenti israeliani sono una violazione del diritto internazionale; l’anno dopo, la compagna Harris – appunto – sostenne una risoluzione proposta dall’ultra-reazionario Marco Rubio che mirava a rimettere in discussione quella scelta. Marjorie Cohn è l’ex presidente del National Lawyers Guild, la storica associazione di avvocati, studenti di giurisprudenza e assistenti legali progressisti statunitensi e, dalle pagine di Consortium News, non le manda a dire: “La Harris” scrive “descrive se stessa come un procuratore progressista. Ma il suo curriculum dice tutt’altro.”; la Cohn ricorda “il rifiuto della Harris di consentire il test del DNA per un condannato a morte probabilmente innocente e la sua ferrea opposizione alla legislazione che avrebbe imposto al procuratore generale di indagare in modo indipendente sulle sparatorie della polizia”. Ma è solo la punta dell’iceberg: Branki Marcetic su Jacobin USA ricorda infatti come la Harris abbia incentrato la sua campagna per l’elezione al posto di procuratore sull’opposizione alla risoluzione che avrebbe messo fine alla cosiddetta legge dei tre colpi, una specialità tutta della progressista California dove, unico Stato nel paese, al terzo reato di default ti becchi l’ergastolo anche se si tratta di un reato da niente, una legge talmente oscena che, in quell’occasione, a scavalcare la Harris da sinistra fu addirittura il suo contendente repubblicano, che ne proponeva una riforma radicale. Marcetic ricorda anche come – prima di diventare, inspiegabilmente, paladina dei diritti delle donne – sempre da procuratore, aveva sostenuto con successo una legge federale che prevedeva un anno di carcere per i genitori dei ragazzini che marinavano frequentemente la scuola; e come esempio dei successi di questa legge, in una conferenza pubblica raccontò soddisfatta di come avevano messo in carcere una madre single e senzatetto che si destreggiava tra due lavori diversi. In un altro articolo, sempre su Jacobin, di nuovo Marcetic ricorda anche “come la Harris abbia rischiato di essere condannata per oltraggio alla corte per aver resistito a un ordine del tribunale di rilasciare prigionieri non violenti, che un professore di diritto ha paragonato alla resistenza del Sud agli ordini di de-segregazione degli anni ’50”, ma “L’insensibilità di Harris verso i poveri e gli impotenti” continua Marcetic “è stata pari solo alla sua simpatia per i ricchi e i potenti”: “Nonostante lo status della California come epicentro delle truffe di pignoramento” ricorda infatti Marcetic “la Mortgage Fraud Strike Force di Harris ha perseguito meno casi di frode nei confronti dei consulenti per le pratiche di pignoramento rispetto a molti procuratori distrettuali di contea”; “Mettendo da parte le differenze superficiali” conclude Marcetic “Biden e Harris sono essenzialmente lo stesso politico. Entrambi sono stati cronicamente dalla parte sbagliata della storia; entrambi hanno perseguito obiettivi crudeli e reazionari per gran parte della loro carriera al fine di portare avanti le proprie ambizioni personali; ed entrambi hanno l’abitudine di travisare le proprie convinzioni e i propri precedenti”.
Spinta dall’onda del Black Lives Matter infatti, la Harris, a un certo punto, ha fatto di tutto per provare a ripulire il suo curriculum e ergersi paladina della lotta contro il razzismo che infesta le forze di polizia, ma è un po’ come quando il losco palazzinaro miliardario Donald fofata Trump prova a ergersi a paladino dei working poors: lo dimostra, ad esempio, una brillante inchiesta giornalistica del Daily Poster, che ha scoperto che quando la Harris era procuratore generale della California, ha evitato scientificamente di intestarsi l’indagine sull’assassinio di due uomini disarmati, nell’arco di pochissimo tempo, da parte dello stesso identico agente di polizia; ha preferito lasciare l’incarico al procuratore distrettuale di Orange County. Peccato che, come ricorda Walker Bragman sempre su Jacobin USA, fosse già stato “coinvolto in uno scandalo di cattiva condotta e fosse noto per aver sempre tenuto con ogni mezzo necessario gli agenti fuori dai guai”: “All’epoca” ricorda Bragman “la Harris dichiarò che il suo ufficio avrebbe esaminato i risultati dell’ufficio del procuratore distrettuale, ma il Daily Poster non trovò prove che una seria revisione del rapporto del procuratore distrettuale avesse mai avuto luogo. L’ufficiale di polizia di Anaheim, Nick Bennallack, rimase in servizio per anni e continuò a uccidere”. D’altronde non è un curriculum che è in grado di impensierire i grandi donatori, che sono abituati a digerire ben altri rospi, soprattutto dal momento che negli ultimi mesi la Harris, per garantire che la narrazione vagamente socialdemocratica adottata da Biden ultimamente era solo una mossa propagandistica e che loro rimangono al totale servizio delle oligarchie finanziarie USA, non ha lesinato gli sforzi; l’offensiva di fascino l’hanno ribattezzata gli addetti ai lavori di Wall Street e vale a dire la fittissima agenda di incontri testa a testa col gotha del capitalismo USA che ha impegnato la Harris giorno e notte da almeno un anno a questa parte, durante il quale non s’è fatta sfuggire niente, dal CEO di JP Morgan Jamie Dimon, che in passato aveva elogiato le politiche di Trump, agli amministratori delegati di Visa e American Express, dai boss di Big Pharma ai tycoon dei media.
A provare ad intercettare un po’ di sostegno popolare, invece, ci pensa la retorica analfoliberale che, come sempre accade sotto elezioni, riesce a rimettere insieme sotto l’insegna del pericolo democratico (rappresentato dalla destra) le fazioni più disparate, dal Foglio al Manifesto, che ieri ha dato il meglio di sé: “Poco più di 100 giorni e Kamala Devi Harris sarà la 47esima presidente degli Stati Uniti” annuncia euforico Guido Moltedo nell’editoriale in prima pagina; “Non solo una bella speranza” sottolinea, ma ormai “uno scenario più che possibile”. Ed è solo l’antipasto: all’interno del giornale, Giovanna Branca confeziona un’intervista alla direttrice editoriale “della storica testata della sinistra americana Mother Jones” che sembra, in tutto e per tutto, una caricatura del pensiero woke prodotta da qualche comico dell’alt right di terz’ordine; facendo tabula rasa del pessimo curriculum da procuratore della Harris, la Branca ricorda con entusiasmo come “nel suo articolo la Harris mette l’accento su quando da procuratrice distrettuale di San Francisco rifiutò di chiedere la pena di morte per l’assassinio di un poliziotto”. “Credo che questo indichi un filo rosso nella sua carriera” risponde l’intervistata “in cui si incontrano i suoi doveri nel law enforcement e il movimento per un giusto sistema penale”: gli analfoliberali son fatti così, si accontentano di poco e quando non c’è nemmeno quel poco, se lo inventano; e – così – danno il loro contributo quotidiano per tenere in piedi questo baraccone che ci presenta come alternativi tra loro un palazzinaro megalomane e uno sceriffo a libro paga dei tecno-feudatari.
L’unica cosa certa è che anche tutti questi colpi di scena, alla fine, hanno avuto un unico risultato: il baricentro politico del centro imperiale continua a spostarsi inesorabilmente, guardacaso, verso destra; invece che fare il tifo sulla base delle minchiate, sarebbe il caso di concentrarsi su cosa dobbiamo fare per non farci trascinare con loro nel baratro. Per farlo, prima di tutto abbiamo bisogno di un vero e proprio media che invece che rincorrere le loro narrazioni da film di Hollywood strampalato, dia voce agli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Fabio Gramellini

Nuovo presidente iraniano: spaccherà i BRICS o spaccherà il fronte anti-iraniano occidentale?

In questo video, analizziamo assieme ad Antonello Sacchetti‬ le recenti elezioni in Iran, esplorando i risultati e le implicazioni per il futuro del paese e delle relazioni Iran-Occidente e Iran-BRICS.