Skip to main content

Tag: part time

Disastro Meloni: record di poveri e di cassintegrati e risparmi ai minimi storici

LItalia che non ti aspetti: vi lamentate sempre che vi diamo solo cattive notizie e, allora, oggi abbiamo deciso di regalarvi un mercoledì da leoni insieme agli amici de Il Foglio, che ci danno la carica ricordandoci come il nostro paese “è uscito a razzo dalla pandemia, è cresciuto più di Francia e Germania per quattro anni consecutivi, ha l’export più competitivo e l’inflazione più bassa del G7 e batte tutti i grandi paesi europei per dinamica del PIL pro capite”… No, spe’, forse mi avete frainteso: la buona notizia non è tanto questa che, molto banalmente, è una puttanata di dimensioni epiche; la buona notizia è che l’Italia è, ogni giorno di più, con le pezze al culo. Ma poteva andarci anche peggio: potevamo averci tra i coglioni ancora Renzi e il suo giglio magico.

Marco Fortis

A sciorinare sul Foglio “fatti e numeri che smentiscono l’eterna lagna nazionale”, infatti, è Marco Fortis, consigliere economico prima di Monti e poi di Renzi e che, nonostante i risultati economici disastrosi dei governi che sosteneva, da 12 anni, dal palco della Leopolda (sempre con un’abbronzatura invidiabile), c’invita a fregarcene della realtà che tutti noi abbiamo di fronte agli occhi e a inventarci un mondo parallelo fatto di lampade UVA di cittadinanza e una montagna di ingiustificato ottimismo; peccato, però, che a parte aver relegato il mondo della Leopolda e del Foglio all’irrilevanza che si meritano, ci sia ben poco di altro da festeggiare: giovedì scorso sul Sole 24 ore Luca Orlando ci ricordava come il 2023 sia stato un anno molto complicato, ma il 2024 è partito parecchio peggio. -1,2% di produzione industriale in un solo mese: un’ecatombe che asfalta, in un colpo solo, tutta la retorica sulla crescita immaginaria dell’occupazione. Cioè, l’occupazione aumenta anche, eh? E’ innegabile. E graziarcazzo: col part time involontario, un posto di lavoro diventano due che, in un paese in drammatico declino demografico, percentualmente contano parecchio; e se il contributo dei part time involontari non basta per trasformare la merda in cioccolata, basta aggiungerci una ciliegina che si chiama cassa integrazione.
Oltre a quelli che lavorano un’ora la settimana, infatti, per l’ISTAT sono occupati anche quelli che non ne lavorano manco mezza e che, però, prima di essere licenziati teniamo buoni per qualche mese con un assegno – e sono un esercito: a gennaio, infatti, l’INPS ha autorizzato la bellezza di oltre 49 milioni di ore di cassa integrazione tra ordinaria – e, cioè, quella che dovrebbe aiutare in momenti di difficoltà passeggeri – e, soprattutto, straordinaria – e, cioè, quella che viene utilizzata per crisi strutturali che, il più delle volte, non si ha la minima idea di come risolvere; una cifra spaventosa che segna un crescita di oltre il 16% rispetto anche soltanto al mese precedente e addirittura del 44,4% rispetto a 12 mesi prima. E’ la fine definitiva dell’onda lunga del superbonus che, al netto di tutte le critiche possibili immaginabili, ha rappresentato l’unica vera misura espansiva da parte di un governo da decenni a questa parte e che, a quanto pare, non è bastata: Record della povertà assoluta titola, infatti, La Repubblichina; dopo la piccola flessione dell’indice di povertà registrata nel 2019 grazie all’introduzione del reddito di cittadinanza, infatti, il trend ha ripreso pari pari l’andamento avviato ormai nel lontano 2011 grazie alle politiche lungimiranti di Mariolino Spread Monti che, nell’arco di due anni, era riuscito nell’invidiabile record di aumentare del 70% i poveri in Italia. Da allora, l’aumento è stato incontenibile e se, nel 2010 , erano povere il 4,6% delle famiglie italiane, oggi siamo arrivati all’8,5 e quello che è ancora più grave è che circa la metà hanno un componente che lavora; e anche quelli che, oltre a un lavoro, hanno anche qualche bene di proprietà non è che se la passino proprio benissimo. Lo ricorda Attilio Barbieri su Libero: nel 2011 la ricchezza pro capite degli italiani ammontava alla bellezza di 159.600 euro, contro i 131 dei francesi e i 114 dei tedeschi; primi della classe! Da allora, la nostra ricchezza è cresciuta di appena il 10%, enormemente meno dell’inflazione non dico di questi oltre 10 anni, ma anche solo degli ultimi 2; quella dei francesi è cresciuta del 40%, quella dei tedeschi dell’85 e non credete che si siano ricoperti d’oro: molto semplicemente non hanno perso troppo, e noi siamo precipitati in fondo alla classifica.
Chi invece s’è ricoperto d’oro sono gli statunitensi: nel 2011 avevano, a testa, appena 4 mila euro di patrimonio in più rispetto agli italiani; oggi, ne hanno 230 mila in più. Ci saremo pure sbarazzati di Renzi, renzini e leopoldini vari, ma fino a che come amico del cuore ci continueremo a scegliere quelli che ci fregano i quattrini da sotto il culo alla luce del sole, ho come l’impressione che andremo poco lontano. Prima di continuare in questo viaggio nel cuore della disastrosa politica economica della destra cialtrona e svendipatria, però, ricordatevi di mettere un like a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola battaglia contro gli algoritmi e, se non lo avete ancora fatto magari, anche di iscrivervi a questo – come a tutti gli altri nostri canali sulle varie piattaforme – e attivare le notifiche; a voi non costa niente e a noi, invece, cambia parecchio.
“Il nuovo anno si è aperto nei peggiori dei modi” scrive Marco Togna su Collettiva all’inizio di una lunga e dettagliata lista di morti e feriti dell’industria italiana che, ovviamente, non può che iniziare dalla catastrofe Stellantis: 2.260 addetti in cassa integrazione dal 4 marzo al 20 aprile solo a Mirafiori; “Un segnale devastante” scrive la FIOM su un comunicato. Invece che “Made in Italy, qui siamo al destroy Italy”, a partire dall’indotto: tra le prime ad accusare il colpo c’era stata la Lear di Grugliasco, che alle Maserati e alle 500 di Mirafiori forniva i sedili e che, a dicembre, ha annunciato un anno di proroga di cassa straordinaria per tutti i suoi 410 dipendenti; poi è stato il turno della Delgrosso di Nichelino, ad appena 15 chilometri di distanza, 108 lavoratori che, dal 1951, producevano filtri per tutte le principali case automobilistiche italiane ed europee e che, nel 2009, era stata anche nominata da FIAT “miglior fornitore” e che ora si ritrovano pure senza ammortizzatori sociali. Due mesi di cassa integrazione ordinaria per calo di attività produttiva, invece, è quello che aspetta i 200 lavoratori della Maserati di Modena, mentre a 72 dipendenti su 163 della Tecopress di Ferrara che, dal 1971, produce componenti stampati in alluminio per i motori, è stato concesso un altro anno di cassa straordinaria in deroga.
Ma ancora più dell’automotive, in Emilia a preoccupare è il settore delle piastrelle; Meloni e Giorgetti fanno gli spavaldi con numeri farlocchi per cercare di farci dimenticare cosa comporti la fine del superbonus, ma i 6 mila addetti del settore per cui è stata approvata la richiesta di cassa integrazione su 26 mila in totale potrebbero pensarla diversamente. D’altronde, era piuttosto prevedibile: come ricorda sempre Luca Orlandi sul Sole 24 ore, il comparto delle piastrelle nel 2023 ha diminuito la produzione di oltre il 25% anche perché, oltre alla fine del superbonus, c’è anche la crisi della domanda di tutti i mercati più sviluppati, dal -25% della Francia al -30 della Germania, per arrivare agli USA che, nel 2023, hanno registrato 1 milione e 300 mila edifici in costruzione in meno rispetto all’anno precedente e, quindi, di piastrelle italiane non ne hanno più bisogno. E il comparto della ceramica non è manco quello messo peggio: nonostante la retorica sulla transizione ecologica e la mobilità dolce, infatti, un comparto che è sull’orlo del collasso è – inaspettatamente – quello delle bici che, per la prima volta dal 1975, scende sotto la soglia dei 2 milioni di pezzi, 1,3 milioni in meno rispetto ad appena 2 anni fa. Unica cosa a tenere è l’esportazione della gamma più alta “che ad esempio va alla grande in Cina” sottolinea Piero Nigrelli dell’associazione di categoria ANCMA: mica in Francia o negli USA.
In tutto, ricorda Orlando, “sono in calo 13 settori su 16”; a fare eccezione sono le armi, che segnano un bel +43%, e poi l’alimentare, ma è una vittoria di Pirro: appena +0,6%. Troppo poco, ad esempio, per salvare la Fiorucci di Santa Palomba, alle porte di Roma, anche se qui c’è una mezza buona notizia: l’azienda, infatti, ha ritirato la procedura di licenziamento collettivo per tutti i suoi 211 lavoratori; si limiterà a chiudere un pezzetto alla volta, dopo aver mandato un po’ di personale in prepensionamento e aver incentivato, con l’80% del salario per un anno, l’uscita volontaria degli altri. Insomma: una vera e propria ecatombe, che però non impedisce a Giancazzo Giorgetti, alla MadreCristiana e a tutti i pennivendoli che gli vanno appresso di sfrucugliarci le gonadi con gli annunci in pompa manga sull’occupazione record. Anzi!
Dall’anno scorso, infatti, Eurostat e ISTAT hanno introdotto un trucchettino contabile che prevede venga aggiunto agli occupati anche chi è in cassa integrazione per meno di 3 mesi l’anno e che a gennaio, appunto, erano il 44% in più di un anno prima, e non è l’unico inghippo: il solo calo demografico, infatti, di default, a bocce ferme, fa aumentare la percentuale di occupati di circa 0,3/0,4 punti; e poi, appunto, c’è il fenomeno ormai totalmente fuori controllo del part time involontario, che riguarda circa il 60% dei circa 4,3 milioni di lavoratori complessivi in part time. Risultato, appunto: il numero degli occupati è a livelli record; il numero delle ore lavorate, invece, è inferiore di quasi il 10% rispetto al 2008. Ecco spiegato com’è che le famiglie che sono sotto la soglia assoluta di povertà, nonostante un componente abbia un contratto regolare di lavoro dipendente, sono cresciute in un anno dall’8,3 al 9,1%: “Il lavoro povero, malpagato e con poche ore” sottolinea Valentina Conti su La Repubblichina “si conferma snodo cruciale e irrisolto del problema povertà in Italia”. E tutto questo rischia di essere solo l’antipasto: come ricorda Luca Orlando sul Sole 24 ore, infatti, il drastico calo della produzione industriale è dovuto in particolare al fatto che le aziende hanno i “magazzini saturi”, mentre la domanda è “generalmente debole, sia in Italia che all’estero”; questo significa che l’anno scorso, nonostante ci sia stato comunque un calo della produzione, le aziende sono state fin troppo ottimiste.
Insomma: al contrario di noi uccellacci del malaugurio, si sono letti gli editoriali de Il Foglio e si sono fatti trascinare dall’ottimismo dei vari Marco Fortis e non gli è andata esattamente benissimo; fino ad oggi, giustamente, ci siamo concentrati sugli imprenditori che non investono perché si spartiscono i dividendi e li vanno a giocare al casinò delle bolle speculative USA e anche sul pubblico che tira la cinghia perché è tornato il culto mistico dell’austerity. E va tutto bene. Qui però c’è un problemino in più: nonostante sia pubblico che privato non abbiano investito una cippa, quello che hanno prodotto nel 2023 gli è rimasto in magazzino. Non è un nodo da poco: a mancare è proprio la domanda, prima di tutto quella interna, con il doppio dei poveri di 15 anni fa e le famiglie che hanno dato fondo a tutti i risparmi accumulati da nonni e genitori quando l’Italia era una socialdemocrazia. Risultato: nella vendita al dettaglio siamo al ventesimo mese consecutivo di calo dei consumi. E poi anche nel resto del giardino ordinato, a partire, appunto, dal nostro principale mercato – che è la Germania – che, prima, ci ha trasformato in suoi subfornitori e, poi, ha deciso di far chiudere le aziende che fornivamo per far contenti gli americani, che inseguono il sogno della reindustrializzazione e che, magari, possono anche importare un po’ di più dall’Italia, soprattutto in alcune nicchie di mercato che non ritengono strategiche e che ci lasciano, gentilmente, in appalto.
Ma è un giochino che non può bastare; il punto è che l’Occidente collettivo nel suo complesso è condannato alla stagnazione e, in questo gioco a somma zero, la domanda sposta il suo baricentro a nostro sfavore: dal vecchio continente, che ci comprava diverse cosine, agli USA, che si limitano a comprarci due cazzate. Col resto del mondo, invece – quello che cresce -, abbiamo scelto di complicarci la vita tra decoupling o derisking; forse qualcuno non ha fatto proprio benissimo i suoi calcoli o, forse, sa che tanto tutte queste pippe stanno a zero e che il nostro padrone ha deciso che, nel futuro, ci dobbiamo solo occupare di costruire obici e cannoni per tenere impegnata la Russia. Di sicuro c’è che ci siamo infilati in un vicolo cieco e che non saranno gli zerbini di Washington e delle oligarchie finanziarie a indicarci la strada per uscirne; abbiamo bisogno di rimettere in discussione tutto dalla radice e, per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Matteo Renzi

P.S.: un nutrito gruppo di ottoliner ha appena dato vita a MULTIPOPOLARE, l’associazione degli amici di Ottolina Tv che vogliono portare i nostri contenuti fuori dalla bolla distopica del mondo digitale e permettere a chi si riconosce nei nostri contenuti e nelle nostre modalità di costruire una vera e propria comunità fatta di persone in carne ed ossa; stanno organizzando iniziative di presentazione e di tesseramento in tutto il territorio. Se siete interessati a dare una mano e a mettervi in contatto, scriveteci a [email protected]. Il primo evento è previsto per sabato 30 marzo a partire dalle 15 nella sede romana di Risorgimento Socialista, in viale Giotto 17.

E chi non aderisce è Paolo Mieli