Hanno provato a bloccare le mobilitazioni con qualche idrante, un po’ di arresti a caso e qualche mancetta; riceveranno in cambio il blocco del Paese, due volte: venerdì 30 ottobre, con lo sciopero generale dei sindacati di base e pure il 20 novembre, con quello della CGIL. Ma andiamo per gradi: lo sciopero di venerdì prossimo nasce sotto i migliori auspici; inizialmente, doveva essere una giornata internazionale di mobilitazione dei portuali contro la guerra, una cosa simbolicamente importante, ma che rischiava di rimanere confinata ai porti. Nel frattempo, però, in mezza Europa scoppia il pandemonio: USB coglie l’occasione al balzo e, per l’Italia, lo trasforma in sciopero generale; nel giro di pochi giorni si aggiungono numerose altre sigle del sindacalismo di base. Ed è solo l’inizio: associazioni studentesche, partiti della sinistra radicale, sezioni locali di ARCI e ANPI, addirittura Greenpeace e, a Catania, pure i 5 Stelle e AVS; si fa prima a dire chi non ci sarà, mentre intanto i porti che aderiscono allo sciopero sono passati da 25 a oltre 110, in 110 Paesi e 5 continenti diversi. D’altronde, l’opportunità è ghiotta – e, quindi, anche le responsabilità, perché una cosa è chiara: non è solo questo governo a non essere in grado di dare mezza risposta alle rivendicazioni che arrivano dai settori più disparati del Paese; è l’intero sistema ad essere arrivato al capolinea, in Italia come nel resto del giardino fiorito (dove il concime sono le nostre fantomatiche élite). E non c’è più tempo di fare tante distinzioni tra chi è più radicale e chi è più moderato; qui va rovesciato il tavolo e ricostruito tutto dalle fondamenta: il rapporto tra il Sud e il Nord del Paese, tra la mano pubblica e il mercato, tra noi e il resto del mondo. Tutto, e solo la mobilitazione di tutto il popolo può rappresentare una risposta all’altezza dei tempi.









