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L’Occidente attacca la deterrenza nucleare russa: siamo al punto di non ritorno?

OttolinaTV by OttolinaTV
31/05/2024
in In evidenza, Mondo, Spin8ff
0

Quasi nessuno ha riportato la notizia, ma potrebbe essere un un punto di non ritorno che segna la definitiva entrata in guerra dei paesi NATO nel conflitto e la possibilità più concreta di una guerra nucleare: nei giorni scorsi, diverse fonti russe (confermate anche da analisti occidentali) hanno lanciato l’allarme di almeno due attacchi contro stazioni radar a lungo raggio della famiglia Voronezh, stazioni che fanno parte del sistema di preallarme russo anche per attacchi missilistici nucleari; si tratta di sistemi di early warning in grado di rilevare missili nucleari balistici in arrivo e rappresentano una delle componenti fondamentali del Sistema di sicurezza e deterrenza nucleare della Federazione Russa. Insomma: sembra volontà di escalation che oltrepassa una linea rossa che mai era stata oltrepassata nella storia, nemmeno nei momenti più drammatici e conflittuali della guerra fredda. Gli attacchi sono avvenuti mentre la Russia testava, assieme alla Bielorussia, la prontezza delle sue armi nucleari non strategiche; pertanto, come suggerisce anche Clara Statello in un articolo per L’Antidiplomatico – unico articolo che ha fatto una seria analisi su questi fatti – c’è da pensare che chi ha condotto o commissionato questi attacchi stia dicendo a Mosca di essere pronta ad una guerra atomica. Secondo la sua dottrina di deterrenza nucleare, la federazione sarebbe ora legittimata ad utilizzare bombe nucleari strategiche contro gli autori dell’attacco. Già. E chi sono gli autori dell’attacco?

Dmitry Rogozin

Andiamo con ordine: il 25 maggio, l’ex capo di Roscosmos ed ex ministro della Difesa Dmitry Rogozin ha accusato l’Ucraina di voler scatenare la terza guerra mondiale con l’attacco a due torri del sistema radar Voronez DM ad Armavir, nel territorio di Krasnodar, suggerendo il coinvolgimento degli Stati Uniti. Secondo fonti russe, riprese dal portale The War Zone, l’attacco sarebbe avvenuto il 23 maggio ed è confermato dalle immagini satellitari, perfettamente in linea con quelle da terra diffuse sui social e dalle agenzie locali: “Ci sono anche prove evidenti di colpi multipli sugli edifici radar. Vale la pena notare che i sistemi radar sono generalmente sistemi molto sensibili e fragili, e anche un danno relativamente limitato può provocare una mission kill, rendendoli inutilizzabili per un lungo periodo di tempo” si legge su The War Zone – e anche da un funzionario americano che si è detto preoccupato per le possibili conseguenze di questi attacchi. Il danneggiamento della stazione di Armavir acceca la capacità di Mosca di individuare le minacce ostili e viene così a mancare la sorveglianza strategica su un ventaglio di territorio a Sud-Ovest che include la Crimea e il Mar Nero; come quasi tutti gli analisti militari hanno segnalato, lo scenario più spaventoso è che un attacco di questo genere preannunci la prima fase di un attacco nucleare. L’attacco a Orenburg non è l’unica possibilità, naturalmente, ma quella dell’incidente o dell’errore di lancio è invece fuori discussione. Qualche giorno dopo infatti, il 26 maggio, a Orenburg un altro anello del sistema di preallarme rapido è stato attaccato da dei droni, la stazione radar Voronezh-M di Orsk, costruita nel 2017 nella regione di Orenburg, ad almeno 1.500 km dal confine con l’Ucraina: per colpirla, i droni avrebbero sorvolato o violato lo spazio aereo di parte del Kazakistan settentrionale. E, infine, il canale Telegram Military Informant ha pubblicato le immagini di un drone britannico-portoghese Tekever AR3 abbattuto vicino Armavir: anche questo suggerirebbe un nuovo attacco per disattivare il Voronezh-DM sferrato con mezzi di Paesi NATO.
Ma che cosa dice la dottrina di deterrenza russa in casi come questi? La dottrina contempla la possibilità di utilizzo di armi atomiche come risposta ad un attacco contro una componente di deterrenza strategica: una volta accecato il sistema radar in un’area, questa diviene vulnerabile ad attacchi nucleari incapacitanti, cioè attacchi che paralizzano la capacità di risposta nucleare del paese colpito. Anche nel documento emanato nel giugno del 2020 la Russia definisce in modo molto chiaro le condizioni sotto cui una risposta nucleare strategica può essere possibile; all’articolo 19 troviamo scritto: “Le condizioni che specificano la possibilità dell’uso di armi nucleari da parte della Federazione Russa sono le seguenti: a) arrivo di dati attendibili sul lancio di missili balistici contro il territorio della Federazione Russa e/o dei suoi alleati; b) utilizzo di armi nucleari o altri tipi di armi di distruzione di massa da parte di un avversario contro la Federazione Russa e/o i suoi alleati; c) attacco da parte dell’avversario contro siti governativi o militari critici della federazione russa, la cui interruzione comprometterebbe le azioni di risposta delle forze nucleari; d) aggressione contro la Federazione Russa con l’uso di armi convenzionali quando è in pericolo l’esistenza stessa dello Stato.” Il comma c) corrisponde precisamente a quanto appena avvenuto, cioè all’attacco al radar di Armavir: non sappiamo quali sarà la reazione decisa da Putin né, tantomeno, sappiamo – e forse sapremo mai – chi e precisamente con quali mezzi ha sferrato l’attacco. Le opzioni più probabili sono ovviamente queste 3: 1- è stato l’esercito ucraino senza che la NATO abbia collaborato e/o ne fosse a conoscenza; 2 – è stata un’operazione congiunta tra Ucraina e uno o più paesi NATO; 3 – è stata un’operazione fatta da uno o più paesi NATO senza collaborazione Ucraina. Di fronte a questi 3 scenari è prima di tutto importante sottolineare che l’unico impatto che il danneggiamento di quei radar potrebbe avere per la linea del fronte in Ucraina è nel caso di un attacco alla Crimea con missili a lunga gittata di paesi NATO, in quanto il danneggiamento dei radar limiterebbe la capacità di rilevamento del sistema difensivo russo nell’area meridionale della federazione. Gli analisti di The War Zone sono però scettici di fronte a questa possibilità: “Il Voronezh DM” si legge nell’articolo “appartiene ad una famiglia di radar ad altissima frequenza (UHF) over-the-horizon (OTH), che quindi potrebbe non vedere bene così obliquamente se gli obiettivi si trovano al di sotto dell’orizzonte”; si tratta, insomma, di radar progettati principalmente per rilevare il lancio di missili balistici da molto più lontano. Ciò suggerisce il coinvolgimento di attori terzi che potrebbero attaccare al di fuori dell’Ucraina e, potenzialmente, anche con l’atomica. Ieri un funzionario statunitense, in condizioni di anonimato, ha rilasciato dichiarazioni per escludere un coinvolgimento USA: “Gli Stati Uniti” ha detto “sono preoccupati per i recenti attacchi dell’Ucraina contro i siti russi di allarme precoce dei missili balistici”.
Gli Stati Uniti, insomma, incolpano gli ucraini e se ne tirano fuori; su quanto queste dichiarazioni siano credibili vi lasciamo fare le vostre considerazioni. Il nostro Francesco dall’Aglio ha impostato così la questione : “Dobbiamo chiederci: a chi interessa davvero accecare le capacità di early warning russo sul Mar Nero, all’Ucraina o alla NATO? A chi interessa davvero privare la Russia delle sua capacità antiaeree nella regione, all’Ucraina o alla NATO? Chi è che voleva infliggere una sconfitta strategica alla Russia e chi ha detto più volte, e molto esplicitamente, che mandare armi è un buon investimento perché riduce le capacità militari della Russia, l’Ucraina o la NATO? La risposta a questa domanda avrà conseguenze di una certa importanza per ciò che ci aspetta”. I sospetti possono, insomma, ricadere sia solo sul governo di Kiev o su qualche suo capo militare intenzionato a trascinare la NATO in guerra, oppure su uno o più membri NATO con la volontà di assecondare la logica dell’escalation, l’unica che potrebbe evitare l’altrimenti inevitabile sconfitta occidentale nel conflitto; quest’ultima sembra l’opzione più probabile. L’ex capo dell’Agenzia spaziale russa Roscosmos ha dichiarato che un attacco del genere può essere stato effettuato soltanto con i più avanzati sistemi di puntamento e missilistici della NATO; la vera domanda ora è: dalla prospettiva dei paesi NATO qual è il significato e il risultato concreto di un simile attacco?
La risposta potrebbe essere preoccupante: la dirigenza NATO sa, ovviamente, di aver superato una linea rossa esplicitamente definita come potenziale causa di una risposta nucleare; sa anche che, nonostante la pubblicistica sulla pazzia di Putin, il presidente russo è estremamente equilibrato e razionale e che non vuole affatto avviare un conflitto nucleare da cui tutti – Russia inclusa – uscirebbero gravemente danneggiati, se non estinti. Il calcolo NATO, come fa Andrea Zhok in un suo post recente, è perciò probabilmente esprimibile nei seguenti termini: “Noi superiamo una linea rossa e mostriamo di sapere che l’avversario non risponderà in forma nucleare; così facendo dimostriamo l’illusorietà delle sue minacce di deterrenza nucleare e ne miniamo la credibilità. Inoltre lo spingiamo a qualche fallo di reazione sull’Ucraina, che può screditarlo ulteriormente.” “Questo calcolo potrebbe essere corretto” scrive il professore di filosofia; “Tuttavia qui siamo di fronte ad un gioco sottile e pericolosissimo di aspettative reciproche.” L’altra ipotesi è quella che la NATO, ormai disperata, cerca di provocare un attacco nucleare – anche con bombe tattiche – da parte di Putin, per essere legittimata anche agli occhi dell’opinione pubblica ad entrare ufficialmente in guerra. Insomma: l’opzione del conflitto diretto tra paesi NATO e Russia appare sempre più vicina. La Francia ha detto in questi giorni che invierà i suoi addestratori in Ucraina e Stoltenberg, Macron – e ora anche Scholz – hanno dato il via libera in queste ore all’utilizzo delle armi occidentali contro il territorio russo; pure Biden, nei prossimi giorni, darà con ogni probabilità il via libera. La situazione è dunque seria, perché i paesi occidentali sembrano davvero disposti a tutto pur di non riconoscere la sconfitta; il premier ungherese Orban ha così commentato: “L’Europa è così coinvolta nella guerra che non ha nemmeno una stima dell’entità dei costi e dei mezzi necessari per raggiungere l’obiettivo militare che si è prefissata. Non ho mai visto niente di più irresponsabile in vita mia”.
Avanziamo su un piano inclinato che si fa sempre più ripido anche perché, contemporaneamente, anche con la Cina gli Stati Uniti sono determinati a fare di tutto fuorché a vedere messa in discussione la propria egemonia pacificamente. La notizia è di questi giorni ed è stata riportata da diversi giornali; gli Stati Uniti si trovano di fronte a una decisione cruciale, ossia decidere se schierare nel Pacifico missili da crociera con armamento nucleare sui sottomarini, una mossa che potrebbe ridisegnare la loro strategia di deterrenza in mezzo alle crescenti tensioni con Cina e Russia. Come riporta Asia Times “Gli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione l’impiego di missili da crociera con armamento nucleare (SLCM-N) lanciatati da sottomarini nucleari modificati della classe Virginia (SSN).” Il problema, dalla prospettiva americana, è che Cina e Russia si sono concentrate sullo sviluppo di armi nucleari tattiche a bassa potenza, considerate al di sotto del livello delle armi nucleari strategiche e destinate a sostenere operazioni militari convenzionali “E quindi l’enfasi esclusiva americana sulla deterrenza a livello strategico potrebbe aver creato una disparità di deterrenza tra gli Stati Uniti e i suoi stretti rivali, poiché l’SLCM-N offre una capacità di attacco nucleare tattico per controbilanciare le armi nucleari tattiche di Cina e Russia.” Anche nel Pacifico, quindi, l’unica strategia scelta da Washington è quella dell’escalation e tutto questo, infine, ci costringe a fare una riflessione seria e poco rassicurante sugli sviluppi della che la terza guerra mondiale a pezzi avrà nei prossimi anni e il ruolo che le armi atomiche potrebbero avere in questo conflitto: fino ad ora, infatti, si è sempre detto e pensato che l’utilizzo del nucleare da parte di un esercito implicherebbe automaticamente una sorta di insensato suicidio con annessa estinzione della specie, ed era sicuramente un fatto positivo che, a livello culturale (e forse anche ai piani dirigenziali), l’atomica avesse intorno a sé questa aurea di tabù e di apocalisse e che, dopo la seconda guerra mondiale, solo la guerra con mezzi convenzionali fosse stata fino a questo momento contemplata. Le cose stanno rapidamente cambiando: le grandi potenze, infatti, hanno ormai variato il proprio arsenale atomico tra strategiche e tattiche con decine di varianti diverse ed usi diversi ed anche burocratizzato la possibilità dei loro usi spesso con definizioni e criteri ampiamente interpretabili; pur di non perdere la propria egemonia mondiale, USA e Gran Bretagna potrebbero ormai tranquillamente ricorrere a questi ordigni e soprattutto – forse ancora più probabile – provocare Cina e Russia affinché lo facciano per primi. Una guerra convenzionale è infatti molto più costosa e vorrebbe dire chiedere alle proprie popolazioni di andare in guerra per cause verso cui non non sono più giustamente disposti a sacrificarsi. Sta anche a noi fare la nostra parte perché tutto questo non accada.
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