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“Fino all’ultimo ucraino!” – Quando la NATO fece fallire i colloqui di pace tra Ucraina e Russia.

“Volete la pace o il condizionatore acceso?” ha chiesto una volta lo statista Draghi all’opinione pubblica italiana per convincerci della bontà delle sanzioni economiche contro la Russia. Ecco, russi ed ucraini, dopo appena due mesi dallo scoppio del conflitto e dopo lunghi e complicati colloqui di pace, avevano scelto la pace; peccato che i governi occidentali, invece, scelsero la guerra. Non è una novità: i professionisti della disinformazione al soldo di Putin avevano provato a insinuare nel dibattito pubblico italiano un’ipotesi simile sin dall’inizio, provando così a inquinare la purezza del messaggio trasmesso a reti unificate sul sostegno incondizionato del mondo libero alle libere scelte del popolo libero e sovrano di Ucraina. La novità è che, da qualche tempo a questa parte, la stessa tesi complottista hanno cominciato a sostenerla anche alcuni media mainstream, portando scompiglio nel partito unico dei sostenitori della tesi dello scontro insanabile tra i valori del mondo libero e democratico e la ferocia barbarica dell’autoritarismo che arriva da Oriente; un senso di smarrimento generalizzato al quale gli alfieri della libertà di parola e di espressione, in nome della quale sono pronti a combattere la loro guerra contro l’autoritarismo fino all’ultimo ucraino, hanno deciso di reagire voltando la testa dall’altra parte e fischiettando spensierati.
Purtroppo per loro, le armi di distrazione di massa hanno le gambe corte e la verità, nonostante tutti gli ostacoli, torna sempre ostinata a bussare la porta: a questo giro, ha bussato alla porta di Foreign affairs, la testata del Council on Foreign Relations, probabilmente il think tank dell’impero più autorevole e influente in assoluto, da sempre luogo nevralgico per l’elaborazione dell’agenda bellicista dei neoconservatori di entrambi gli schieramenti politici; I colloqui che avrebbero potuto porre fine alla guerra in Ucraina titolano: la lunga inchiesta ricostruisce nel dettaglio i colloqui di pace tra ucraini e russi tenutisi prima in Bielorussia e poi in Turchia tra il marzo e il maggio del 2022, colloqui durante i quali le due parti erano arrivate a un passo da un accordo prima che gli iniziali successi militari ucraini sul campo di battaglia e la promessa a Zelensky di sostenerlo fino alla vittoria totale facessero saltare tutto per aria. Per ricostruire tutto questo, due fedeli atlantisti come Samuel Charap della RAND Corporation e e Sergey Radchenk della John Hopkins University hanno esaminato i progetti di accordi scambiati tra le due parti, condotto interviste con diversi partecipanti ai colloqui ed esaminato numerose interviste e dichiarazioni a funzionari ucraini e russi. Quello che emerge è che – come i complottisti sobillavano da tempo – a nessuno dei nostri governi è mai importato un bel nulla della sovranità territoriale dell’Ucraina e che la guerra in Ucraina è sempre stata solamente un tassello della terza guerra mondiale a pezzi condotta contro chiunque metta in discussione il dominio globale dell’impero.
Alla fine di marzo 2022, a un mese dallo scoppio del conflitto, russi e ucraini – dopo una serie di incontri in Bielorussia e in Turchia – producono il cosiddetto Comunicato di Istanbul, che descrive un quadro di massima per un possibile accordo di pace futuro; da quel momento, negoziatori ucraini e russi iniziano a lavorare a un trattato di pace compiendo progressi sostanziali verso un accordo. A inizio maggio però, inspiegabilmente, tutto d’un tratto, i colloqui si interrompono; cos’è successo? E quanto vicini erano arrivati a porre fine alla guerra? È a queste domande che vuole rispondere l’inchiesta di Foreign affairs: “Quando abbiamo messo insieme tutti questi pezzi, quello che abbiamo scoperto è sorprendente e potrebbe avere implicazioni significative per i futuri sforzi diplomatici per porre fine alla guerra” scrivono gli autori dell’inchiesta; “Nel bel mezzo dell’aggressione senza precedenti di Mosca” sottolineano i due ricercatori atlantisti “i russi e gli ucraini hanno quasi concluso un accordo che avrebbe posto fine alla guerra e fornito all’Ucraina garanzie di sicurezza multilaterali, aprendo la strada alla sua neutralità permanente e, in seguito, alla sua adesione all’UE”.

Aljaksandr Lukašenko con Vladimir Putin

I colloqui sono iniziati il 28 febbraio in una delle ampie residenze di campagna di Lukashenko, a circa 30 miglia dal confine tra Bielorussia e Ucraina; sul campo di battaglia, Putin – sostengono i due autori – non era riuscito a far cadere il regime di Zelensky in poco tempo come sperava mentre il governo ucraino, ancora sotto shock per l’attacco russo su tutti i fronti, era ben disposto a riconoscere a Mosca quello che non gli aveva riconosciuto nei quasi dieci anni precedenti di trattative: tutto questo creava le condizioni adatte affinché si arrivasse a un cessate il fuoco e a un compromesso accettabile per tutti. La delegazione ucraina, riportano gli autori, era guidata da Davyd Arakhamia, leader parlamentare del partito politico di Zelensky, e comprendeva il ministro della difesa Oleksii Reznikov, il consigliere presidenziale Mykhailo Podolyak e altri alti funzionari; la delegazione russa era guidata da Vladimir Medinsky, un consigliere senior del presidente russo che, in precedenza, aveva ricoperto il ruolo di ministro della cultura. Ai russi, si legge nell’inchiesta, importava soprattutto la neutralità ucraina, mentre Kiev voleva chiare garanzie di sicurezza che avrebbero obbligato altri Stati a venire in difesa dell’Ucraina se la Russia avesse attaccato di nuovo in futuro. “Il 10 marzo” ricostruiscono i due autori “il ministro degli esteri ucraino Dmytro Kuleba – allora ad Antalya, in Turchia, per un incontro con il suo omologo russo Sergey Lavrov – ha parlato di una soluzione sistematica e sostenibile per l’Ucraina, aggiungendo che gli ucraini erano pronti a discutere delle garanzie che speravano di ricevere dagli Stati membri della NATO e dalla Russia”. A riprova di questo, il 14 marzo, proprio mentre le due delegazioni si incontravano via Zoom, Zelensky pubblica un messaggio sul suo canale Telegram chiedendo “garanzie di sicurezza normali ed efficaci”. Secondo l’inchiesta, anche Naftali Bennett, primo ministro israeliano all’epoca dei colloqui, avrebbe mediato attivamente tra le due parti mentre, per tutto il mese di marzo, i combattimenti continuavano pesantemente su tutti i fronti.
La svolta nelle trattative, nella ricostruzione di Foreign affairs, sarebbe arrivata il 29 marzo a Istanbul: dopo l’incontro nella capitale turca, le parti annunciano un comunicato congiunto e i termini vengono descritti a grandi linee durante le dichiarazioni alla stampa. Foreign affairs ha ottenuto la bozza completa del testo dell’accordo, che avrebbe previsto per l’Ucraina di diventare “uno Stato permanentemente neutrale e non nucleare rinunciando ad aderire ad alleanze militari o di consentire basi militari o truppe straniere sul suo territorio” e, come garanzia della sua sicurezza, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU insieme a Canada, Germania, Israele, Italia, Polonia e Turchia in caso di attacco all’Ucraina sarebbero stati obbligati a fornire assistenza, obblighi, sottolinea l’articolo, “enunciati con molta maggiore precisione rispetto” addirittura anche “all’articolo 5 della NATO”. La Russia non chiedeva, quindi, carta bianca per riorganizzarsi e tornare a invadere impunita, con ancora maggior forza, l’Ucraina in futuro per brama di territori e di ricchezze da depredare, ma – molto semplicemente – la garanzia che l’alleanza aggressiva della NATO non fosse in condizione di utilizzare il protettorato ucraino per minare la sua sicurezza strategica; e, cioè, esattamente la tesi che per anni è stata etichettata come complottismo e propaganda putinista. Il comunicato di Istanbul, continuano gli autori, invitava poi le due parti “a cercare di risolvere pacificamente la controversia sulla Crimea nei prossimi 15 anni”; infine, la Russia avrebbe accettato di facilitare la piena adesione dell’Ucraina all’UE. Di confini e territori, invece – a riprova del fatto che era davvero l’ultimo dei problemi sia per Putin che per Zelensky – avrebbero parlato da ultimo i due presidenti in persona: “La bozza finale del 15 aprile” continuano gli autori “suggerisce che il trattato sarebbe stato firmato entro due settimane”; “A metà aprile 2022 eravamo molto vicini alla conclusione della guerra con un accordo di pace” avrebbe infatti confermato uno dei negoziatori ucraini, Oleksandr Chalyi, in un’apparizione pubblica nel dicembre 2023. Tutto sembrava fatto.
Ma cosa sarebbe stato, quindi, a far fallire i negoziati? “La risposta occidentale a questi negoziati” sono costretti ad ammettere i due autori “è stata certamente tiepida. Washington e i suoi alleati erano profondamente scettici riguardo alle prospettive del percorso diplomatico”; al contrario, sottolineano, i cosiddetti alleati scelsero di intensificare gli aiuti militari a Kiev e aumentare quello che definiscono espressamente il tasso di aggressività respingendo qualsiasi ipotesi di accordo. Sicuramente vi ricorderete la famosa missione ucraina dell’improbabile premier inglese Boris Johnson all’inizio dell’aprile del 2022, caratterizzata dal motto Combattere la Russia fino alla vittoria; in un’intervista dell’ormai lontano 2023, l’ex capo delegazione ucraina Arakhamia affermò chiaramente che “Quando siamo tornati da Istanbul, Boris Johnson è venuto a Kiev e ha detto che non avremmo dovuto firmare nulla con i russi e di continuare a combattere”. Anche il segretario di Stato americano Antony Blinken e il segretario alla difesa Lloyd Austin visitarono Kiev due settimane dopo Johnson e in conferenza stampa annunciarono: “La strategia che abbiamo messo in atto – un sostegno massiccio all’Ucraina, una pressione massiccia contro la Russia, la solidarietà con più di 30 Paesi impegnati in questi sforzi – sta avendo risultati concreti”.
Nell’articolo, Foreign affairs cerca, in tutti modi, di sminuire il peso della decisione occidentale nell’interruzione dei colloqui di pace e nella decisione ucraina di continuare la guerra, quasi come si vergognasse dei risultati della propria stessa inchiesta, ma non avevamo poi così tanto bisogno di loro per capirlo.
Oltre al buonsenso, ci sono anche le parole più volte pronunciate dall’ex primo ministro israeliano Naftali Bennet a dimostrarlo: in un’intervista del febbraio scorso, Bennet ricordava come tra la linea dei francesi e tedeschi, decisamente più pragmatici e propensi alla pace, e la linea oltranzista di Johnson, gli Stati Uniti alla fine scelsero la seconda e convinsero gli ucraini a fare altrettanto. La decisione fu, insomma, quella di “continuare a colpire Putin e non negoziare” dice Bennet. Insomma: una guerra che poteva finire con un bilancio di un migliaio di morti, con l’Ucraina in possesso di una parte dei territori oggi occupati dai russi, con milioni di sfollati in meno è stata trasformata dalla NATO in una guerra strategica per logorare la Russia, indebolire uno dei pezzi fondamentali del fronte che si batte per un nuovo ordine multipolare e rimandare, così, l’inevitabile collasso del progetto imperialistico statunitense, sulla pelle degli ucraini e dell’economia europea; una strategia, oltre che cinica e disumana, da molti punti di vista – e sempre più chiaramente – anche fallimentare e che, nei libri di storia del prossimo futuro, verrà probabilmente ricordata come il vero inizio del tramonto dell’ordine unipolare a guida americana che, ormai, sembra sempre più inarrestabile.
“L’Ucraina si avvia verso la sconfitta” ribadiva, ancora una volta, Jamie Dettmer su Politico mercoledì scorso; ed ecco che a tornare all’attacco è lo stesso Johnson, che così tanto impegno aveva messo nel far naufragare le trattative che avrebbero evitato tutto questo – garantendo vittoria sicura agli Ucraini – e che oggi si chiede sorpreso “Perché diavolo siamo così lenti nel fornire all’Ucraina le armi di cui ha bisogno?” per poi sottolineare con rara chiarezza cosa c’è davvero in ballo: “Se l’ucraina cade” afferma “per l’Occidente sarà una catastrofe. Sarà la fine dell’egemonia occidentale”. Tra tanti difetti, gli esaltati suprematisti come Johnson hanno sicuramente un grande pregio: dicono le cose come stanno. Chi vede la guerra come una difesa del diritto all’autodeterminazione dell’Ucraina e, quindi, pensa che la sua sconfitta sia una cosa triste e grave, ma che, alla fine del giro, stringi stringi, tutto sommato siano anche un po’ stracazzi loro, vive in un mondo parallelo: una vittoria russa significherebbe la fine dell’egemonia occidentale e, cioè, del diritto delle élite occidentali bianche – che sostanzialmente sono, con qualche rara eccezione qua e là, le stesse identiche persone e famiglie da 5 secoli a questa parte che, con la violenza delle armi e della finanza, si arricchiscono a dismisura sfruttando tutto il resto del pianeta. Da questo punto di vista, il caso di Boris Johnson è emblematico: è addirittura discendente diretto di Giorgio II.
Che questi siano terrorizzati per la fine del vecchio ordine fondato sui loro privilegi, ci sembra solo una buona notizia, sinceramente, e visto che chi nasce e cresce tra gli allori e s’è sempre ritrovato la tavola apparecchiata difficilmente sviluppa qualche talento particolare, il fatto che dei personaggi così abbiano, ancora oggi, voce in capitolo non può che avvicinare l’ora della loro fine; ed ecco così che il caro Johnson ha contribuito alla sua fine imponendo la volontà delle oligarchie occidentali di non firmare gli accordi a suo tempo e, ora, continua a dare il suo contributo. E invece di proporre una qualche exit strategy che faccia i conti con la realtà, rilancia la solita vecchia litania: sempre di mandare più armi all’Ucraina si tratta, solo che, due anni dopo, l’obiettivo al massimo non è certo vincere la guerra, ma tentare perlomeno di non perderla rovinosamente e, nel frattempo, di fare più danni possibili alla Russia, così impara.

Boris Johnson

Ma il rischio che, ormai, sia troppo tardi anche per questo obiettivo non particolarmente ambizioso sembra sempre più concreto: come ricorda Simplicius The Thinker sul suo profilo Substack, infatti “Ricordate il presunto milione di proiettili che la Repubblica Ceca avrebbe trovato per l’Ucraina? Ora il presidente ceco Peter Pavel ha confermato di aver stretto accordi solo per 180 mila, e forse di averne trovati altri 120 mila, anche se non sono stati ancora acquistati. L’intero numero” sottolinea Simplicius “è fondamentalmente ciò che la Russia produce al mese”; d’altronde, di paesi che hanno munizioni da dar via in un mondo che, grazie alla lotta contro la fine dell’egemonia dell’Occidente dei vari Boris Johnson si ritrova ormai impelagato in questa guerra mondiale a pezzi, non è che ne rimangano molti. Per arginare in minima misura questo gigantesco gap, allora, l’Occidente collettivo sembra aver deciso di far produrre di più agli stessi identici stabilimenti di prima, oltre ogni limite; risultato: nell’arco di un paio di settimane, due fabbriche dedicate alla produzione di munizioni da 155 millimetri negli USA e una in Gran Bretagna hanno preso fuoco. “L’urgente aumento dei programmi di produzione” commenta sempre Simplicius “ha semplicemente sovraccaricato l’invecchiamento e lo stress delle infrastrutture e della forza lavoro in questi siti, il che si traduce comprensibilmente in elevati rischi di incidenti industriali” e l’Ucraina, appunto, è soltanto uno dei fronti che richiede sempre più armi: di fronte all’impotenza dimostrata dall’impero contro l’Iran in Medio Oriente, gli USA hanno annunciato un nuovo pacchetto bello ciccione di armi a sostegno dello sterminio dei bambini palestinesi e per provare a evitare che la Cina si metta in testa che, visto che gli USA e i suoi vassalli stanno prendendo schiaffi contemporaneamente su ben due fronti diversi, magari è arrivata l’ora di chiudere definitivamente la partita anche nel Pacifico, anche nei confronti di Taiwan gli aiuti militari non fanno che aumentare. Risultato: ecco che i repubblicani, finalmente, sembrano aver deciso di approvare il megapacchetto di nuovi aiuti su tutti i fronti, che giace al congresso ormai da 4 mesi. “Sto cercando di fare la cosa giusta” ha detto lo speaker repubblicano della camera Mike Johnson per provare a giustificare il suo repentino cambio di rotta: “Sono convinto del fatto che Xi, Putin e l’Iran costituiscano davvero l’asse del Male e credo che si stiano coordinando. E credo che Putin, se glielo permettiamo, finita questa partita andrà sicuramente oltre e che, dopo l’Ucraina, verranno i paesi del Baltico e anche la Polonia”.
L’ironia è che, degli oltre 90 miliardi in questione tra Ucraina, Israele, Mar Rosso e Pacifico, il 60% – in realtà – non andrà direttamente in armi ai proxy per tentare di non perdere rovinosamente le diverse guerre, ma a rifornire gli arsenali svuotati del dipartimento della difesa USA. Dalla guerra per procura in Ucraina a quella contro gli stati sovrani del Medio Oriente, passando per la guerra economica alla Russia e alla Cina a suon di sanzioni illegali, l’impressione sempre più concreta è che l’impero sia ormai sostanzialmente impotente di fronte ai suoi avversari e che l’unica cosa che lo tenga ancora in vita è la volontà degli alleati vassalli di dissanguare i loro cittadini, per impedire che il difensore universale del diritto delle élite sanguisughe di vivere sulle spalle altrui crolli come un castello di carte; tutti i subalterni del pianeta, dai paesi del Sud globale alle masse popolari sfruttate dell’Occidente collettivo, hanno di fronte un’occasione senza precedenti di mettere fine al vecchio ordine fondato sullo sfruttamento e la violenza. Ma a raccontarvi il nuovo mondo che avanza non saranno certo i vecchi media: ci serve un vero e proprio nuovo media che dichiari guerra ai privilegi dei Boris Johnson e dia voce agli interessi e ai diritti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Boris Johnson

OttolinaTV

22 Aprile 2024

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